Mi chiamo A. sono un medico, ero un padre – Rosaria Brancato, Tempostretto 7.1.19

Questa è una storia vera. E’ l’inferno di un uomo accusato di essere un mostro, assolto con formula piena dall’accusa più infamante. Ma non riesce a vedere i figli da anni. Ma anche i due bimbi hanno vissuto un calvario, un’infanzia in Aule di tribunale.
di Rosaria Brancato – www.tempostretto.it
(7 gennaio 2019)
Non è facile dire quale dei suoi calvari sia stato il peggiore. Il processo con un’accusa infamante concluso dopo 4 anni con piena assoluzione, o il fatto che sia stato trattato da mostro per 8 anni, o ancora che per 10 anni si sia dovuto difendere davanti a 3 Tribunali (Penale, Civile, dei Minori), o infine l’aver vissuto senza vedere i figli.

La storia di A. inizia come quella di tutte le coppie: con l’amore. E’ un medico affermato, che si è specializzato con successo in un altro Paese in una delle cliniche più prestigiose al mondo. Dopo alcuni anni rientra a Messina insieme alla moglie. Nel frattempo ha due figli. Il matrimonio nel 2008 va in crisi e comincia una battaglia legale con l’iniziale riconoscimento di un assegno di mantenimento importante perchè l’ex moglie non lavora. Nell’agosto del 2010 ottiene dal Tribunale la riduzione del mantenimento e da novembre inizia il suo incubo.

“Un’intera squadra di poliziotti venne a casa mia per una perquisizione. La mia ex moglie mi aveva denunciato per abuso sessuale sui miei figli. E’ iniziato il mio inferno. Indagarono per mesi ma non trovarono mai niente perché sono innocente. Sono stato sbattuto in prima pagina e trattato come un mostro. Otto anni d’inferno”.

Nei suoi confronti fu chiesto per 2 volte l’arresto, negato perché le indagini avevano dato esito negativo. Successivamente fu riaperta l’inchiesta dopo le dichiarazioni di una maestra. L’incidente probatorio, con le dichiarazioni dei bimbi, dà esito negativo, ma nonostante ciò viene rinviato a giudizio.

Il processo inizia nel 2013 e si conclude nel 2017 con la piena assoluzione.

“Ma il mio inferno continua”.

Già perché mentre doveva difendersi dall’accusa di aver abusato dei suoi figli, si era aperto il procedimento per l’affido davanti al giudice civile che gli vietò qualsiasi diritto di visita. Dal 2010 al 2015 non ha mai visto i suoi bambini. Dopo l’archiviazione della prima indagine il giudice della causa civile gli concede di sentire i bimbi un’ora soltanto al telefono alla settimana, ma la madre interrompe presto il contatto. Nel frattempo lui è diventato per tutti “il mostro”.

Anche per i due figli inizia un calvario, diverso dal suo. Mentre combatte per difendersi dalle accuse i due bambini vengono sottoposti a decine di perizie, di volta in volta richieste a consulenti, psicologi, psichiatri, assistenti sociali, dai magistrati che in sede penale, civile e dei minori, si occupano del suo caso.

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Lentamente però qualcosa cambia. Trova uno psichiatra che ha il “vizio” di ascoltare prima di giudicare e soprattutto ama la ricerca della verità. In Tribunale i giudici, ascoltando testimoni e consulenti, iniziano a voler vederci chiaro.

Era accaduto infatti che sul finire del 2014 un giudice aveva autorizzato il padre ad incontrare i figli in area protetta, un luogo neutro, alla presenza dei servizi sociali e della madre. L’incontro vi fu, nel 2015, ma non appena gli assistenti sociali nelle relazioni evidenziarono un buon rapporto dei bimbi con il padre, non appena fu chiaro che erano felici di rivederlo, la madre interruppe le visite protette e accusò i servizi sociali di incompetenza e complicità.

Fu proprio questo a spingere uno dei magistrati del processo per abuso sessuale a rivolgersi ad un esperto nazionale in materia, uno psichiatra molto noto e apprezzato, che sulla vicenda scrisse ben due relazioni, una nel 2016 ed una nel marzo 2018.

Già nel 2016 il professore evidenziò quanto emerso in precedenza nelle perizie degli psicologi di Messina e dei servizi sociali. Emerge forte il rischio di PAS, sindrome di alienazione genitoriale che nasce quando i minori vengono fagocitati nel conflitto tra i genitori. I bimbi, per la paura di deludere o ferire la madre, non manifestano i bisogni affettivi e le danno automatico appoggio usando quelli che vengono definiti “scenari presi in prestito”. Nel 2016 i piccoli hanno i primi sintomi ed il perdurare del conflitto genitoriale rischia di acuirli.

La sentenza di primo grado arriva l’11 ottobre del 2017: assoluta inidoneità del quadro probatorio. A. è assolto perché il fatto non sussiste. La Procura non fa appello e nel settembre del 2018 la sentenza diventa esecutiva.

Ma la giustizia è arrivata troppo tardi.

Nonostante l’assoluzione la madre impedisce ogni tipo di contatto del padre con i bambini, nel frattempo cresciuti. Lo psichiatra è quindi nuovamente chiamato a scrivere una seconda relazione, nel marzo 2018, dalla quale si evidenzia che a questo punto i due bambini possono sviluppare disturbi psicopatologici e, perdurando il comportamento ostativo della madre che impedisce qualsiasi contatto invita a predisporre un affidamento etero-familiare dei minori con collo­camento presso una famiglia disponibile o una comunità.

A settembre 2018 l’assoluzione diventa definitiva. In quegli stessi giorni la madre lascia Messina e senza il consenso di A. porta i due bambini con sé in un’altra Regione. Per A. ricomincia il calvario.

Questa non è una storia a lieto fine.

Non lo è per A. che vive ancora nell’inferno di essere visto dai figli come un mostro.

Che non riesce ancora a vederli e deve camminare con i faldoni per spiegare ogni cosa ogni volta.

Ma non lo è soprattutto per due bambini che dal 2008 non hanno un rapporto normale e sano con il padre. Per 5 anni non lo hanno visto e sono stati bombardati da una visione distorta dei fatti. Dal 2010 al 2018 hanno trascorso l’infanzia tra aule di Tribunale, colloqui con psichiatri, assistenti sociali. Quelle rare volte che hanno giocato a palla col padre o lo hanno abbracciato è stato in un luogo estraneo e sotto occhi estranei.

Non hanno avuto infanzia, sono stati usati come un’arma, sono stati allenati all’odio, sono rimasti vittime di un sistema. Non hanno perso solo il diritto ad un padre, hanno perso il diritto alla serenità, all’infanzia, all’amore.

A. da 10 anni compra regolarmente regali ai suoi figli a Natale, Pasqua e per i compleanni. Ha una stanza piena di pacchi che spera un giorno di poter scartare con loro.

“Non riesco a vedere i miei figli, questo è quello che mi distrugge ogni giorno, i bambini non stanno bene ed io sono ancora con le mani legate. Si sentono abbandonati da me. Non sanno quanto ho lottato e sto lottando. Non mi arrendo. Ma ho bisogno che qualcuno mi aiuti a fare vedere la verità a questi bambini. Aiutatemi”.

No, questa non è una storia a lieto fine.

Rosaria Brancato
Fonte/Credits: https://www.tempostretto.it

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1 comment for “Mi chiamo A. sono un medico, ero un padre – Rosaria Brancato, Tempostretto 7.1.19

  1. Giulio
    9 gennaio 2019 at 21:40

    Io sono stato diversi mesi senza vedere mia figlia, che aveva autentici attacchi di panico all’idea d’incontrarmi, perchè sua madre le aveva infarcito la testa con un mucchio di menzogne sul mio conto. E lo fece con la complicità della sua avvocata (alla faccia della deontologia) e dell’ “amorevole” nonna materna. Per me è stato uno strazio, il dolore più grande della vita e quei mesi si fecero eterni.
    Solo chi è passato per questa graticola sa che l’alienazione genitoriale è un abuso e una violenza del peggior genere, spesso peggiore addirittura di quella fisica.
    Spero che il medico di Messina possa al più presto riabbracciare i suoi figli, glielo auguro di tutto il cuore, come spero un giudice possa mettere dietro le sbarre la madre abusatrice, perchè questo è il luogo dove deve stare.

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