Alienazione parentale: alcune considerazioni basate sulla teoria dell’attaccamento – Samanta Sagliaschi

Riassunto

L’articolo esamina le conseguenze dell’alienazione parentale sui figli, sui genitori ed esplora i programmi, i servizi e gli interventi in grado di contrastare l’alienazione e cercare di ricongiungere genitori estraniati e figli. Viene discussa l’alienazione parentale alla luce della teoria dell’attaccamento.

Abstract

This paper explores the impact of parental alienation on children, the effects of parental alienation on parents, and programs, services and interventions that combat alienation and seek to reunite estranged parents and their children. Parental alienation in light of attachment theory is discussed.

(Samanta Sagliaschi è Psicologa, dottore di ricerca in Psicologia, esperto del Tribunale di Sorveglianza di Torino)

Fonte/Credits: Psicopatologia Cognitiva

Parole chiave

Divorzio, alienazione, attaccamento, sviluppo, interventi

Keywords

Divorce, alienation, attachment, development, interventions

(Samanta Sagliaschi è Psicologa, dottore di ricerca in Psicologia, esperto del Tribunale di Sorveglianza di Torino)

  1. Uno sguardo alla teoria dell’attaccamento

Secondo l’originaria formulazione della teoria dell’attaccamento il bambino mostra un legame particolare nei confronti della propria madre (non necessariamente la madre biologica, ma la persona che si prende cura del bambino)attraverso diversi schemi comportamentali di base, quali la suzione (per scopi non alimentari), il pianto, il sorriso, l’aggrapparsi, il seguire. Il presupposto su cui è basata la teoria di John Bowlby (1988) è che il bambino abbia bisogno di rapporti materni sicuri e continui per uno sviluppo sano. L’assenza o la perdita di questa sicurezza è considerata dall’autore un fattore eziologico primario. Il legame madre-bambino costituirebbe il prototipo delle successive relazioni che ilbambino stabilirà; eventuali disturbi o interferenze nello sviluppo del legame di attaccamento sono considerati potenziali cause di disturbo per l’equilibrio psichico del bambino. La teoria di Bowlby, benché biologicamente orientata, non tiene però in adeguata considerazione le conoscenze di genetica comportamentale che portano a considerare altresì i fattori di rischio ereditari interagenti con la relazione di attaccamento attuale.

Nel pensiero teorico di Bowlby (1988) è presente il concetto di monotropia. Egli, infatti, pur ammettendo la possibilità che il piccolo stabilisca attaccamenti multipli con persone differenti dalla madre, ritiene che quest’ultima sia la figura principale di attaccamento.

Quando il bambino nasce è tutt’altro che una tabula rasa, è provvisto di differenti sistemi comportamentali pronti per essere attivati. Il comportamento di attaccamento si sviluppa in diverse fasi (Bowlby, 1969).

Fase 1: orientamento e segnali senza discriminazione della persona. Durante questa fase (dalla nascita fino ad almeno otto-dodici settimane) il piccolo si comporta in modi tipici verso le persone, la sua capacità di discriminare un individuo da un altro è assente o limitata. Il modo in cui il bambino si comporta verso una persona dell’ambiente comprende l’orientamento verso quella persona, i movimenti dell’occhio che la seguono, la prensione, il sorriso, le lallazioni. Tali condotte infantili influenzano il comportamento dell’adulto, fanno incrementare il tempo che il piccolo trascorre in vicinanza di quella persona.

Fase 2: orientamento e segnali diretti verso una (o più) persone discriminate. In questa fase (dura fin verso i sei mesi o più) il piccolo si comporta con le persone nello stesso modo amichevole come nella fase precedente, ma lo fa più spiccatamente verso la madre che non verso altri.

Fase 3: mantenimento della vicinanza a una persona discriminata mediante la locomozione e mediante segnali. In questa fase (inizia tra il sesto e il settimo mese ma può essere posticipata all’anno, in particolare nei bambini che hanno avuto poco contatto con un caregiver; può continuare per il secondo anno e parte del terzo) l’attaccamento alla madre diventa evidente: il bambino la segue mentre si allontana, la saluta al suo ritorno, la utilizza come punto di partenza per le sue esplorazioni. Gli estranei vengono trattati sempre più con circospezione.

Fase 4: formazione di un rapporto reciproco corretto secondo lo scopo. In questa fase (inizia non prima dei due anni, per molti bambini più vicino ai tre anni o anche dopo) il bambino comincia ad intuire i sentimenti e i motivi della madre, si è stabilita la base mediante la quale la diade può sviluppare una relazione reciproca più complessa.

È evidente che l’attaccamento non è ancora presente nella fase 1, mentre è presente nella fase 3 (Bowlby, 1969).

La privazione prolungata di cure materne, nel corso della prima infanzia, può avere effetti gravi e di grande portata nella formazione del carattere del fanciullo e, di conseguenza, compromettere il suo avvenire.

La sensibilità e la disponibilità che la figura genitoriale sa offrire ai figli è connessa alla sicurezza sperimentata nelle sue relazioni infantili di attaccamento. L’idea dell’autore è che la qualità delle cure che riceve un bambino nella prima infanzia risulta determinante per lo sviluppo futuro.

Bowlby osserva, infatti, che i primi segni di attaccamento si producono intorno ai sei mesi, quando il bambino manifesta una spiccata preferenza verso la madre e comincia ad indirizzare in maniera esclusiva verso di lei la risposta del sorriso. Il comportamento di attaccamento si accentua naturalmente in presenza di un pericolo tangibile o di un segnale, che per l’individuo testimonia un aumento delle probabilità di pericolo.

Secondo Bowlby (1973) i soggetti, nel corso dell’interazione con il proprio ambiente, costruiscono

dei modelli operativi interni (internal working model) del mondo fisico e sociale che includono i modelli operativi del Sé e delle figure di attaccamento. I modelli operativi interni sono rappresentazioni mentali aventi la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi da parte dell’individuo, permettendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli avvenimenti della propria vita relazionale.Questi modelli diventano ben presto inconsapevoli e tendono a essere stabili nel tempo. La loro capacità anticipatoria degli eventi li porta a influenzare le future relazioni affettive che tenderanno a ripetere la relazione precoce tra l’infante e il caregiver.

Il modello operativo interno, quindi, deriva dalle esperienze di attaccamento precoce. Un bambino vissuto in una famiglia con figure genitoriali disponibili e affettuose interiorizzerà un modello operativo interno sicuro. Questo gli dà la sicurezza, perlopiù inconscia, che tutte le volte nelle quali potrà trovarsi in difficoltà, e in qualsiasi luogo, vi saranno sempre a disposizione persone fidate che gli verranno in aiuto. I bambini che, al contrario, hanno sperimentato relazioni connotate da indisponibilità, discontinuità o che hanno avuto figure incapaci di fornire cura e protezione si sentiranno soli e rifiutati; pertanto, reagiranno evitando il mondo o opponendovisi (Bowlby, 1988).

Bowlby (1969) si occupa delle reazioni del bambino a una separazione dalla madre. L’autore considera che l’età più sensibile si situa tra il quinto mese e i tre anni, epoca in cui si osserva dopo una separazione la seguente sequenza comportamentale: a) una fase di protesta al momento della separazione. Il bambino piange, si agita, tenta di seguire i genitori, li chiama, è inconsolabile. Dopo due-tre giorni le manifestazioni acute si attenuano; b) sopraggiunge una fase di disperazione ove il bambino rifiuta di mangiare, di essere vestito, si chiude in sé, è inattivo, non chiede nulla a chi gli sta intorno, sembra in un grave stato di lutto; c) alla fine segue una fase di distacco in cui il bambino non rifiuta più la presenza degli operatori, accetta le loro cure, il cibo, i giocattoli. Se in questo momento rivede sua madre, può non riconoscerla o evitarla. Sovente strilla o piange.

  1. Condizioni evolutive minacciose

Il concetto di base sicura, introdotto da Mary Ainsworth (1967), si riferisce al bilanciamento tra comportamenti di attaccamento e comportamenti di esplorazione. Tale bilanciamento consente al bambino di utilizzare la madre come base sicura dalla quale esplorare l’ambiente e alla quale fare ritorno per avere rassicurazione. La consapevolezza che qualcuno è disponibile e partecipe, se necessario, è fondamentale per l’uso di una base sicura in ogni circostanza e ad ogni età. L’immagine interiorizzata dell’attaccamento diventa una fonte di fiducia e sostiene il comportamento autonomo anche quando le figure di attaccamento non sono presenti.

La suscettibilità di un soggetto a reagire con la paura quando incontra una situazione potenzialmente allarmante è derivata perlopiù dal tipo di previsione che egli effettua sulla probabile disponibilità delle figure di attaccamento; tale previsione deriva dalla struttura dei modelli operativi della figura di attaccamento e dell’Io che egli sta utilizzando.

La fobia della scuola (o rifiuto della scuola), ad esempio, può compromettere la funzionalità del bambino a livello scolastico e sociale. Il bambino non solo rifiuta di andare a scuola, ma manifesta notevole angoscia se si insiste affinché ci vada. Non di rado tale stato è accompagnato, o mascherato, da sintomi somatoformi (come nausea, dolori addominali, debolezza fisica). Di regola si tratta di bambini beneducati, ansiosi e inibiti. La maggior parte di essi appartiene a famiglie integre; non ha sperimentato lunghe o frequenti separazioni dai familiari; ha dei genitori che dicono di essere molto preoccupati per il figlio e per il suo rifiuto di andare a scuola; il rapporto tra genitori e figli è stretto, talvolta fino al soffocamento.

Secondo Bowlby (1973) si tratta di una condizione diversa da quella dei ragazzi che marinano la scuola. Questi ultimi non esprimono angoscia all’idea di andare a scuola; non stanno a casa durante le ore di scuola e generalmente fanno credere ai loro genitori di andarci, mentre si divertono; altri provengono da famiglie instabili o spezzate; hanno sperimentato separazioni lunghe e/o frequenti dalla figura materna, o mutamenti di essa; il rapporto tra un ragazzo che marina la scuola e i suoi genitori è talora freddo e litigioso.

La fobia della scuola può associarsi ad ansia di separazione quando il bambino appare costantemente preoccupato che possa succedere qualcosa di grave a sé o ai genitori, quando è lontano da loro. Si pone dunque l’accento anche sulle interazioni familiari e sul ruolo svolto dall’uno o dall’altro genitore nel provocare e conservare tale situazione. Vengono, infatti, descritti genitori che per ragioni emotive si aggrappano al figlio e gli impediscono spesso inconsapevolmente di andare a scuola.

Numerosi casi di rifiuto della scuola possono essere considerati come il prodotto di uno o più di quattro modelli d’interazione familiare:

  1. la madre, o più raramente il padre, soffre di angoscia cronica circa le figure di attaccamento e tiene il figlio a casa perché le faccia compagnia (può anche non essere consapevole di quel che sta facendo né del perché);
  2. il bambino teme che mentre lui è a scuola, qualcosa di male possa accadere alla madre, o al padre, e rimane a casa per impedire che ciò accada assumendo un ruolo di protettore del genitore percepito come vulnerabile;
  3. il bambino teme che qualcosa di male possa accadere a se stesso quando è via da casa, e pertanto resta a casa per impedire che accada;
  4. la madre, o il padre, teme che qualcosa di male possa accadere al bambino mentre è a scuola, quindi lo tiene a casa.

Anche se nella maggior parte dei casi prevale uno di tali modelli d’interazione, essi non sono incompatibili e si possono presentare quindi dei casi misti (Bowlby, 1973).

La paura di andare a scuola può altresì essere legata alla preoccupazione di fallire nel rendimento scolastico o al disagio generato dalle interazioni con i pari (questioni delle quali non ci occuperemo in questa sede).

Nel corso degli ultimi trent’anni, man mano che la percentuale di divorzi aumentava, si sono osservati sempre più spesso quadri clinici di ansia da separazione che, invece di essere correlati alla frequentazione della scuola, risultano correlati alla frequentazione di un genitore divorziato non affidatario. Questo sottotipo del disturbo d’ansia da separazione è stato chiamato “Sindrome da alienazione parentale” dallo psichiatra forense infantile Richard Gardner (1985). Anche Kelly e Johnston (2001) hanno descritto una “Alienazione parentale”. Entrambi i quadri clinici succitati rientrano perfettamente nella dinamica a sua tempo descritta da Bowlby (1973) con la situazione temuta che, invece della frequenza a scuola, è la frequentazione del genitore non affidatario. Nei divorzi il contenuto delle ansie del genitore o del bambino, anziché essere quello di essere rapinati, o stuprati per il genitore che resta a casa, o rapiti, uccisi da un pirata della strada o da un terrorista, per il bambino che va a scuola è quello di subire un abuso dal genitore non affidatario.

Di frequente nell’esperienza clinica si osserva una configurazione relazionale tipica delle famiglie con genitori in conflitto denominata“triangolazione” (Minuchin, 1974). È definita come una coalizione instabile in cui ogni genitore desidera che il figlio parteggi per lui contro l’altro; quando il figlio si schiera con uno dei genitori, l’altro definisce la sua presa di posizione come un tradimento. Se c’è una triangolazione, il figlio rimane come paralizzato in quanto cerca di dare ragione e affetto sia all’uno sia all’altro. La triangolazione comporta la richiesta di alleanza da un genitore a un figlio contro l’altro genitore, facendo leva sulle emozioni e sul senso di lealtà del minore. Questo produce una vera e propria Sindrome da alienazione genitoriale, dal momento che il bambino vittima della triangolazione esprime avversione verso un genitore in quanto indottrinato dall’altro. Il figlio triangolato è incastrato nel conflitto tra i genitori e avrà per questo difficoltà a svincolarsi da loro quando avrà l’età giusta per allontanarsi fisicamente e psicologicamente dai caregiver (Campbell, 1992; Jick,1979).

Occorre tenere presente che vi sono poi condizioni, durante lo sviluppo, nelle quali si manifestano forme di ostilità nei confronti di un genitore, pensiamo al conflitto edipico tra i quattro-sei anni, alla disillusione nel periodo del romanzo familiare (otto-nove anni), o al periodo dell’adolescenza in cui la presa di distanza dal genitore cui si è più legati può prendere forme violente e aperte o di sfida. I cattivi rapporti con i genitori possono adirittura avere basi genetiche, o radicarsi in un disturbo dell’umore non diagnosticato, o ad esempio in forme di iperattività; invero anche il modo in cui si ricorda la propria infanzia o la si sperimenta può dipendere poniamo da un disturbo dell’umore che porta a vivere con una determinata colorazione affettiva eventi che ad altri occhi parrebbero neutri o di diversa connotazione. Sono descritte anche condizioni psicopatologiche peculiari; ad esempio, nei manuali di psichiatria infantile esiste il mutismo elettivo per cui un bambino non parla con ben individuate persone (come la madre, il padre, la nonna, lo zio, ecc.). Queste condizioni possono permanere, guarire spontaneamente, evolversi nell’età adulta in rapporti complicati o essere trattate con psicoterapia.

  1. La Sindrome da alienazione parentale

La Parental Alienation Syndrome (tradotta come Sindrome da alienazione genitoriale o parentale)è un disturbo dell’età evolutiva che nella realtà statunitense venne rilevato fin dagli anni ottanta.

Quando la separazione dà luogo ad aspri conflitti, ognuno degli ex coniugi, convinto di avere ragione, rischia di coinvolgere i figli in una sorta di “gara di lealtà” (Byrne, 1989) disorientandoli e costringendoli ad un’innaturale scelta forzata. I genitori trattano i figli come propri confidenti e attuano comportamenti aventi lo scopo di separarli dall’altro genitore e di cementarli a sé.

Wallerstein e Kelly (1980) descrissero tale fenomeno, da loro rilevato in soggetti di età tra i nove e i dodici anni, anche in presenza di buoni rapporti genitore-figlio prima della separazione, come “allineamento del minore con un genitore”.

Jacobs (1988) definì come Complesso di Medea il comportamento materno finalizzato alla

distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. In questo caso, le madri anziché uccidere i loro figli per vendetta contro i mariti, come accade nella tragedia di Euripide – in cui Medea uccide i figlioletti per privare il marito che l’ha ripudiata delle gioie di essere padre –tentano di “uccidere” il legame padre-figlio.

Turkat (1995, 1999) tratteggia la Sindrome della Madre Malevola/GenitoreMalevolo, secondo cui, dopo la cessazione del rapporto coniugale, il genitore, pur rimanendo esente da altre psicopatologie accertabili, e mantenendo con i figli, almeno in apparenza, un efficace rapporto di accudimento, esercita nei confronti dell’ex coniuge un comportamento lesivo, diretto innanzitutto ad impedirgli un normale e affettuoso rapporto con i figli. L’alterazione della condotta può comprendere gesti criminali, o può trasformarsi in un eccesso di azioni legali con cui impedire all’altro genitore il rapporto con i figli.

L’alienazione parentale è una dinamica psicologica disadattiva che, secondo Richard Gardner (1985), si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali. L’alienazione parentale sarebbe dovuta a due fattori concomitanti: 1) la programmazione o indottrinamento di un genitore, che è

afflitto da odio patologico ai danni dell’altro, comportamento definito come alienante; 2) l’allineamento con il genitore più amato (il genitore programmante che induce l’alienazione parentale) da parte dei figli, i quali si coinvolgono attivamente in una campagna di denigrazione, priva di giustificazione non sostenuta da elementi realistici, nei confronti dell’altro genitore, che viene “odiato” (il genitore alienato) e denigrato. La finalità è quella di escluderlo dalla loro vita. È fondamentale qui anche il ruolo di amplificazione svolto da tutti coloro, familiari e non, che si schierano “senza se e senza ma” dalla parte del genitore alienante.

Secondo Gardner (1998, 1999a) l’alienazione parentale costituisce una forma di “abuso emotivo” (emotional abuse), che origina dall’esposizione continuata del/i figlio/i al genitore indottrinante (in genere affetto da disturbo di personalità del cluster B), il quale trasmette un vissuto di minaccia incombente per l’avvicinarsi dell’altro genitore, nonché il suo odio patologico per esso. Per impedire che emergano sentimenti di identificazione con il soggetto aggredito o sottomesso, sentimenti di dolore e vissuti di colpa, ai soggetti coinvolti occorre un certo livello di patologia. Anche il genitore alienato subisce una violenza emotiva: l’odio del suo ex partner si materializza come vendetta compiuta per mano dei figli tant’è che Gardner (2002) descrive questa terribile sofferenza paragonandola a uno “stato di morte vivente” (state of living death) che ci pare paragonabile allo stress elevato di chi viene sottoposto a pratiche stregonesche come la Macumba o il Voodoo: un attacco al Sé del genitore alienato. Essendo l’alienazione parentale una vera e propria forma di violenza emotiva, Gardner ritiene che essa sia capace di produrre significative e pericolose psicopatologie sia nel presente, sia nella vita futura dei bambini coinvolti e degli adulti. Tra queste conseguenze, l’autore include gravi processi psicopatologici quali esame di realtà alterato, narcisismo, paranoia, psicopatologie legate all’identità di genere, indebolimento della capacità di essere empatici, mancanza di rispetto per l’autorità, estesa poi anche a figure non genitoriali.

Sottolineiamo che Gardner segue le ricerche sulla separazione di Bowlby (1973), delle quali tiene debitamente conto nella sua opera. Non pare un caso che nel 1985 l’autore pubblichi un volume sui disturbi d’ansia da separazione e, sempre nel 1985, descriva per la prima volta in modo completo l’alienazione parentale, alla quale negli anni successivi dedicherà osservazioni e approfondimenti in ulteriori pubblicazioni.

L’alienazione parentale è un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli (in età evolutiva, di età compresa tra i primi anni di vita e i quattordici anni circa). In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Comunque, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello” o “programmazione o indottrinamento da parte di un genitore”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di alienazione parentale: il disturbo dei singoli si sostiene grazie all’interazione con il disturbo dell’altro e con il contesto della separazione conflittuale.

Quella descritta pare una sindrome collocabile come sottotipo dei disturbi d’ansia da separazione che palesa in contesto diverso le medesime dinamiche evidenziate da Bowlby (1973) nelle paure che inducono un genitore a non mandare il bambino a scuola, o nelle paure che inducono un bambino a rifiutarsi di andare a scuola. La fobia della scuola può associarsi ad ansia di separazione quando il bambino appare costantemente preoccupato che possa succedere qualcosa di grave a sé quando è lontano dai genitori e in ispecie dalla madre. Questa sensazione soggettiva di tipo fobico rende difficile, se non impossibile, al bambino allontanarsi dalla madre per andare a scuola: in caso di forzature emergono disturbi somatoformi come mal di pancia, nausea, o attacchi d’ansia libera. È esattamente la medesima dinamica che si riscontra in alcuni casi ove il bambino non vuole recarsi o rimanere con il genitore non affidatario.Si rende necessario considerare le interazioni familiari e il ruolo svolto dall’uno o dall’altro genitore nel provocare e conservare tale situazione. Vengono infatti descritti genitori che per ragioni emotive proprie (senso di vuoto in mancanza del figlio) si aggrappano al figlio e gli impediscono di andare a scuola, o nella alienazione parentale di recarsi dal genitore non affidatario.

Se, secondo Bowlby (1973), numerosi casi di rifiuto della scuola possono essere considerati come il prodotto di uno o più di quattro modelli d’interazione familiare tipici, altrettanto vale nell’alienazione parentale quando alla scuola si sostituisce il genitore non affidatario:

  1. la madre, o più raramente il padre, soffre di angoscia cronica circa le proprie figure di attaccamento e tiene il figlio a casa perché le faccia compagnia (può anche non essere consapevole di quel che sta facendo, né del perché) impedendogli con scuse, paure, pericoli immaginari di recarsi dal padre;
  2. il bambino teme che mentre lui è dal padre, qualcosa di male possa accadere alla madre e rimane a casa per impedire che ciò accada assumendo un ruolo adultizzato di protettore del genitore percepito come estremamente vulnerabile;
  3. il bambino teme che qualcosa di male possa accadere a se stesso quando è via da casa, e pertanto resta a casa per impedire che accada;
  4. la madre teme che qualcosa di male possa accadere al bambino mentre è dal padre (abuso), quindi lo tiene a casa.

Considerando che Bowlby (1973) prevede anche la possibilità di casi misti, si vede che le medesime dinamiche d’ansia da separazione valide per la fobia scolastica operano nell’alienazione parentale.

Ricordiamo che la Kopetski (1998b),esaminando circa 600 casi di affidamento in Colorado tra il 1975 e il 1995, ha rilevato attaccamento insicuro e ansioso verso il genitore alienante e fobia verso quello alienato, anomala ansia da separazione quando si è da tempo superata l’età in cui è normale, scarso rendimento scolastico.

Per riassumere, l’alienazione parentale, secondo Gardner, deriva da una programmazione dei figli da parte di un genitore patologico (genitore alienante) che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore (genitore alienato). Le modalità di programmazione del genitore alienante comprendono l’uso di espressioni denigratorie riferite all’altro genitore; false accuse di trascuratezza, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale) basate sulla percezione soggettiva dell’intrinseca pericolosità per il bambino di essere lontano dalla madre. Questa dinamica comprende, a volte, la costruzione di una realtà immaginaria e, in certe circostanze, quasi delirante di terrore e vessazione (non suffragate oggettivamente) nella famiglia pregressa che genera, nel figlio, sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore alienato e la credenza in “fatti” che, viceversa, sono semplicemente le fantasie patologiche (paure) della madre. I figli, quindi, si alleerebbero con il genitore “sofferente” come protettori dello stesso assumendo un ruolo adultizzato; i bambini stimolati da questa sofferenza e dal ruolo di adulto loro impropriamente attribuito dalla madre, inizierebbero ad appoggiare la visione patologica del genitore alienante, esprimendo, in modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione contro il genitore alienato per supportare il genitore alienante percepito come debole e bisognoso.La dinamica arriva, secondo Gardner, a distruggere la relazione tra figli e genitore alienato, perché i bambini giungono a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Perché si possa parlare di alienazione parentale, però, è necessario che l’astio, il disprezzo, il rifiuto non siano giustificati (o giustificabili) da reali mancanze, trascuratezze o addirittura violenze del genitore alienato che però debbono avere un oggettivo supporto fattuale.

Gardner (1998) distingue, in una prima fase della sua opera, tre tipi di alienazione parentale:

  • lieve. L’avversione è relativamente superficiale e i figli collaborano alle visite con il genitore denigrato, ma sono a tratti ipercritici e di cattivo umore. L’autore sostiene che in questi casi non è necessario alcun intervento psicologico, ma basta rassicurare il genitore alienante che manterrà l’affidamento;
  • moderata. L’alienazione è più profonda e i figli sono più aggressivi, irrispettosi e la campagna di denigrazione può essere quasi continua. Per l’autore il tribunale deve stabilire un sistema di sanzioni efficaci che non deve esitare a infliggere al genitore alienante (sanzioni pecuniarie modeste ma ripetute o il fermo macchina sono risultati efficacissimi), qualora tenti di sabotare il programma terapeutico concordato con gli operatori sociali;
  • grave. Le visite al genitore alienato possono essere impedite da vissuti e intense manifestazioni di persecuzione/ostilità da parte dei figli, che possono spingerli a commettere azioni dirette a provocare dispiaceri al genitore odiato (anche con false accuse di abusi). Per Gardner, in questi casi, è opportuno trasferire l’affidamento e la residenza del figlio nella casa dell’altro genitore: in sostanza invertire il regime di affidamento per interrompere il circuito patologico e patogeno di rinforzo dell’alienazione. Ciò non deve precludere la possibilità che il genitore alienante possa ritornare ad acquisire, dopo l’interruzione del circuito patologico, lo stato di affidatario.

Gardner (1998, 1999b) propone di basare la diagnosi di alienazione parentale sulla presenza di alcuni sintomi primari nel bambino (vedi Tabella 1):

  • la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima e scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso l’altro genitore. In una situazione normale, ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro genitore, anche se nutre dell’astio, proprio per proteggere lo sviluppo del minore. Nell’alienazione parentale, invece, il genitore alienante non mette in discussione o reprime questa mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a favorirla silentemente o palesemente;
  • le razionalizzazioni deboli, superficiali e assurde per giustificare il biasimo, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali. Un esempio presentato da Gardner: “non voglio vedere mio padre perché mi manda a letto troppo presto”, oppure “perché una volta ha detto cazzo”;
  • la mancanza di ambivalenza è un ulteriore elemento sintomatico, per il quale il genitore rifiutato è descritto dal bambino come “tutto negativo”, mentre l’altro genitore è visto come “tutto positivo”;
  • il fenomeno del pensatore indipendenteindica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa pensare in modo indipendente, con la propria testa, e di avere elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza influenza del genitore programmante;
  • l’appoggio automatico al genitore alienante si manifesta in una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante, in qualunque genere di conflitto si venga a creare;
  • l’assenza di senso di colpa significa che tutte le espressioni di disprezzo, nei confronti del genitore escluso, avvengono senza sentimenti di colpa nel bambino;
  • gli scenari presi a prestito sono affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente venire direttamente da lui, come l’uso di parole o situazioni normalmente non conosciute da un bambino di quell’età per descrivere le colpe del genitore escluso;
  • l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell’alienazione i nonni, la famiglia allargata, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato;
  • difficoltà di transizione nel momento in cui il figlio si separa dal genitore alienante per trascorrere il periodo di visita con il genitore alienato;
  • comportamento antagonistico o distruttivo durante le visite presso il genitore alienato;
  • legame patologico o paranoide con il genitore alienante di stampo simbiotico;
  • legame forte e sano con il genitore alienato prima che intervenisse il processo di alienazione instaurato dal genitore patologico.
Manifestazioni sintomatiche principali

Lieve

Moderata

Grave

Campagna di denigrazione

Minima

Moderata

Formidabile

Razionalizzazioni deboli superficiali o assurde per il biasimo

Minime

Moderate

Razionalizzazioni assurde multiple

Mancanza di ambivalenza

Normale ambivalenza

Assenza di ambivalenza

Assenza di ambivalenza

Fenomeno del pensatore indipendente

Abitualmente assente

Presente

Presente

Sostegno automatico al genitore alienante nel conflitto genitoriale

Minimo

Presente

Presente

Assenza di senso di colpa

Normale senso di colpa

Senso di colpa da minimo ad assente

Assenza di senso di colpa

Scenari presi a prestito

Minimi

Presenti

Presenti

Estensione dell’animosità alla famiglia allargata del genitore alienante

Minima

Presente

Formidabile, spesso estrema

Difficoltà di transizione al momento delle visite

Abitualmente assenti

Moderate

Formidabili o visite non possibili

Comportamento durante le visite

Buono

Antagonistico e provocatorio a intermittenza

Visite assenti o comportamento distruttivo e continuamente provocatorio

Legame con il genitore alienante

Solido, sano

Forte, da lievemente a moderatamente patologico

Legame gravemente patologico, spesso paranoide

Legame con il genitore alienato

Forte, sano o minimamente patologico

Forte, sano o minimamente patologico

Forte, sano o minimamente patologico

Tabella 1. Sintomatologia nei tre tipi di alienazione parentale (Gardner, 1999b)

  1. Critiche all’alienazione parentale e suoi sviluppi

Nel medesimo periodo di Gardner, anche altre autrici con una serie di ricerche e contributi, a partire dal 1985, hanno delineato e definito un’“Alienazione parentale (PA)caratterizzata da un’impostazione sistemico-familiare.Johnston, Campbell e Mayes (1985) hanno descritto il disagio e il comportamento sintomatico di 44 bambini, tra i 6 e i 12 anni che erano oggetto di contese per l’affido dopo il divorzio dei genitori. Le studiose hanno descritto alcune reazioni dei bambini ai loro genitori: forte alleanza, allineamento, conflitto di lealtà, lealtà alternata, accettazione di ambedue con rifiuto di preferenze e rifiuto di entrambi. La forte alleanza rappresenta una coerente preferenza per uno dei genitori, accompagnata da rifiuto e denigrazione dell’altro; sono presenti sentimenti ostili, negativi e non ambivalenti. Tra i 44 bambini studiati, 7 (16%) presentavano questo tipo di risposta. I primi studi di Gardner risalgono allo stesso periodo e la “forte alleanza” è lo stesso fenomeno da lui descritto con il termine Sindrome da alienazione genitoriale.

In altri lavori la Johnston (1993), Johnston e Roseby (1997) hanno descritto il fenomeno dell’Alienazione parentale in termini di fusione tra il genitore alienante e il bambino.

Roseby e Johnston (1998) hanno tratteggiato il meccanismo dell’Alienazione parentale come distorsione delle percezioni del bambino nei confronti dell’altro genitore.

Kelly e Johnston(2001) hanno criticato la definizione di Gardner della Sindrome da alienazione parentale e hanno proposto uno schema alternativo per classificare i minori alienati. Sebbene le autrici riconoscano che l’Alienazione parentale è un fenomeno reale, non sono d’accordo con la sua concettualizzazione come sindrome. Il lavoro di queste due studiose è reputato come una riformulazione dell’alienazione parentale, nel senso di una priorità della valutazione dello stato del bambino, anziché del comportamento dell’adulto, come fa il modello dell’alienazione parentale in quanto sindrome. Kelly e Johnston non credono che l’alienazione parentale sia necessariamente causata da un genitore, descrivono l’alienazione come il risultato di processi interrelati in un sistema con fattori causali che derivano dall’ambiente, da ciascun genitore e dal bambino, che creano e/o consolidano l’alienazione da un genitore precedentemente amato (Kelly, Johnston, 2001) (vedi Figura 2).

Nella programmazione di un approccio terapeutico con i bambini, Johnston (2003) sottolinea che bisogna tener conto della loro età, del grado in cui la loro alienazione è consolidata, e della misura in cui sono a livello emotivo e comportamentale disturbati in aree diverse da quella del rifiuto di uno dei loro genitori.

Gardner (2001), nell’articolo Commentary on Kelly and Johnston’s “The alienated child: A reformulation of Parental Alienation Syndrome”, è d’accordo con Kelly e Johnston in merito alle diverse cause secondo le quali i bambini diventano alienati dai loro genitori, inclusi l’abuso (fisico, verbale, emotivo e sessuale), la trascuratezza, l’abbandono da parte dei genitori e la ribellione adolescenziale. Tutti questi elementi sono fonte di Alienazione parentale (PA). Gardner concorda sul fatto che la diagnosi di alienazione parentale non risulta applicabile per le forme di alienazione descritte dalle autrici nella prima metà del loro articolo. Non lo è finché scrivono di divorzi altamente conflittuali: a questo punto la diagnosi di alienazione parentale si concretizza. Anche se la riformulazione di Kelly e Johnston ha valore teorico, secondo Gardner non è così resistente in un tribunale che, per necessità, si concentra sulle dichiarazioni specifiche, sui sintomi, sui comportamenti e sulle diagnosi. Poiché la Sindrome da alienazione parentale emerge di solito nel contesto di controversie per la custodia dei bambini,il termine alienazione parentale secondo Gardner è di gran lunga preferibile a quello di PA o delle formulazioni più generali descritte.

La Ward sostiene un approccio sistemico al fenomeno alienazione parentale. Gli eventi separazione e divorzio possono indurre all’interno di un nucleo familiare modificazioni graduali o forzate di ruoli, confini e dinamiche. Si forma un sistema di relazioni a sé stante, con propri ruoli, proprie dinamiche e proprie regole: il divorce impasse system. Per l’autrice è necessaria un’analisi a più livelli: a)interno (riguarda il singolo); b) interazionale (riguarda il contesto intrafamiliare); c) esterno (riferito a tutte le relazioni interagenti con la famiglia) (Ward, Harvey, 1993).

La Sindrome da alienazione parentale è vista da alcuni autori come un meccanismo di difesa (Waldron, Joanis, 1996) per riuscire a fronteggiare situazioni che mutano e diventano insostenibili da gestire, soprattutto per l’autostima. Questo fenomeno, però, non produce niente di positivo, anzi danneggia una situazione già delicata e soprattutto la vita e l’equilibrio psico-fisico dei figli.

Leona Kopetski (1998a; 1998b) ha studiato il fenomeno indipendentemente da Gardner e ha poi riconosciuto la validità del quadro teorico dell’autore. La studiosa suggerisce di definire l’alienazione parentale una forma di “psicopatologia di carattere sociale”, ed esaminando 413 sentenze del Colorado tra la metà degli anni ’70 e i primi anni ’90 ha identificato 84 casi di grave alienazione, ha riscontrato l’alienazione parentale nel 20% di dispute sulle custodie in Colorado.

Baker (2005) sostiene che l’alienazione parentale può essere considerata una forma di manipolazione affettiva, non dissimile da quella operata nelle sette e descrive l’alienazione parentale come “culto di un genitore”.

L’alienazione parentaleè oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; l’alienazione parentalenon è inclusa come tale nell’attuale dsm-iv (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychological Association, APA), ma a una riflessione nosologica attenta non vi è ragione che lo sia. Infatti, l’alienazione parentalecome descritta sia da Gardner, sia da Johnston e Kelly, sia dalla Ward sembra essere un sottotipo del disturbo d’ansia da separazione; nel dsm-5 (2013)l’alienazione parentale pare ricadere sotto le seguenti codifiche:

  • E 00 Separation Anxiety Disorder (disturbo d’ansia da separazione)
  • E 13 Anxiety Disorder Not Elsewhere Classified (disturbo d’ansia non altrimenti specificato).

In sintesi, l’alienazione parentale si presenta nell’intersezione di diversi fattori: genitore disturbato, bambino ansioso e specificamente vulnerabile, evento di separazione con un fattore sociale pregnante come il procedimento legale di separazione o di successione. L’intersezione di questi tre macrofattori e l’attenzione posta sugli stessi sia da Gardner, sia da Kelly e Johnston si radica su di una concezione attuale riguardante la psicologia dello sviluppo, la psichiatria e la psicopatologia della personalità che potremmo definire “ecologica” (Bronfenbrenner, 1979) oppure “bio-psico-sociale” che trova nell’opera di Millon (1999) e di Paris (1999) le proprie radici più autorevoli.

Un dato rilevante consiste nella correlazione della configurazione dell’alienazione parentalecon il sistema giuridico e l’apparato giudiziario di una certa epoca storica. Tra l’altro ciò si correla significativamente con il genere del caregiver alienante. L’alienazione parentale, già secondo Gardner, può essere promossa da entrambi i genitori indifferentemente dal genere. Gardner è consapevole del fatto che anche i padri possano essere alienanti, anche se nel contesto in cui scriveva la prevalenza dei genitori alienanti erano le madri. Ricordiamo che nell’Iran attuale sono i padri i genitori alienanti e le donne separate hanno le stesse difficoltà dei nostri padri separati. Anche gli studi sulla storia del divorzio mostrano, ad esempio, che nell’800 inglese erano i padri i genitori alienanti e le madri le vittime prevalenti dell’alienazione parentale. A questo riguardo, le ricerche più recenti tentano di focalizzarsi sul fatto che l’alienazione genitoriale non ha una connotazione di genere, vale a dire non è solo la madre che può manipolare i figli contro il padre, ma anche i padri lo fanno.

Baker (2007), ad esempio, riporta casi di donne che hanno perso contatti con i figli a causa di padri manipolatori.

La teoria della Maternal Alienation di Anne Morris (1999) sostiene che in alcuni casi la violenza maschile contro le donne arriva fino al punto di riuscire ad indebolire il legame madre-figlio e a trasformare anche i figli in nemici e persecutori delle loro stesse madri.

La teoria della Domestic Violence by Proxy di Joyanna Silberg (Whitfield, Silberg, Fink, 2002) si rifà a una teoria originariamente elaborata da Alina Paterson, secondo la quale in numerosi casi di violenza domestica il partner violento usa i figli come sostituto e come strumento per continuare a perseguire il suo scopo di oppressione.

Non dimentichiamo che la Sindrome da alienazione parentale proposta da Richard Gardner ha subito diverse critiche. Una critica frequente considera l’alienazione parentale un fenomeno inesistente, che non troverebbe riscontro nella realtà giudiziaria e clinica. Una posizione critica più moderata vede l’alienazione parentale come effettivamente esistente, ma rara e marginale nelle dispute di custodia.

Faller (1998) argomenta che nessun dato sarebbe stato fornito da Gardner a supporto dell’esistenza della sindrome e delle sue dinamiche, se non i molti casi da lui esaminati direttamente. Ciò è quanto accaduto, ad esempio, con la Sindrome di Asperger o la Sindrome di Rett: cioè un professionista-studioso descrive compiutamente una Sindrome che ha osservato nella sua attività clinica distinguendola da altri disturbi.

Bruch (2001) afferma che l’alienazione parentale, come sviluppata e descritta da Gardner, non avrebbe fondamenti logici e scientifici; per l’autore, anche nei pochi casi nei quali viene probabilmente riscontrata l’alienazione parentale,potrebbe trattarsi di un lieve disturbo transitorio.

Warshak (2001, 2010a) ha tentato di riassumere lo stato della controversia sull’alienazione parentale.Secondo l’autore gli elementi che accomunano le definizioni del disturbo sono: a) il rifiuto di un genitore; b) l’ingiustificatezza di tale rifiuto; d) il contributo parziale al rifiuto da parte dell’altro genitore. La mancata considerazione dei punti c e d costituisce la base di quasi tutte le controversie e incomprensioni sulla teoria dell’alienazione parentale.

Hoult (2006)pensa che la testimonianza di un perito sulla base della teoria dell’alienazione parentale non dovrebbe essere ammessa in un procedimento legale perché manca di sufficienti credenziali di scientificità, validità e attendibilità. In verità l’alienazione parentale risulta ammissibile sotto la Daubert rule,come riferisce la Baker (vedi: http://www.alienazione.genitoriale.com/usa-pas-supera-test-frye-daubert/) che ha testimoniato, nel 2011presso una Corte del Massachusetts, come consulente tecnico ed è stata sottoposta alla procedura Daubert da avvocati di controparte.Nel 2012 una Corte superiore del Connecticut ha preso la medesima decisione. Anche Gardner e Warshak avevano superato nel 2000 il Frye test presso la 13a Corte della Florida. Il test Frye (1923) e il test Daubert (1993) sono i due strumenti processuali che negli USA servono per decidere se una teoria scientifica può essere ammessa in giudizio con valore di prova. Quando una parte chiede la testimonianza di un esperto su una certa tematica, la controparte può opporsi e chiedere al giudice di verificare se il tipo di testimonianza richiesta soddisfa lo standard Frye o Daubert. Quindi, negli USA la nozione di alienazione parentale era ed è ammissibile in giudizio(Walker, Brantley, Rigsbee, 2004).

Emery (2005) ritiene che lo schema di Gardner non sia in grado di fornire una prova scientifica del fatto che il rifiuto di un minore di avere contatti con un genitore sia stato effettivamente causato da un’azione di indottrinamento dell’altro genitore. A differenza dei critici della Sindrome da alienazione parentale sopra citati e aventi una formazione giuridica, Emery possiede una formazione in psicologia come mediatore familiare, e sostiene che l’alienazione parentale necessita di studi scientifici obiettivi, pubblici e indipendenti, così come di ricerche basate su dati replicabili e non studi di casi clinici.

Meier (2009)afferma che l’inappropriata denigrazione di un genitore verso l’altro è comune nelle controversie di affidamento, ma l’alienazione patologica e distruttiva è rara e difficile da trovare.

Vaccaro e Barea (2009) hanno riassunto in una monografia le critiche più disparate all’opera di Gardner. Le due psicologhe di lingua spagnola sostengono che l’alienazione parentale sarebbe un orientamento pseudo-scientifico e asseriscono che vi sarebbe una violazione dei diritti umani con la sua applicazione; se utilizzata in ambito giudiziario, l’alienazione parentale genererebbe anche situazioni di alto rischio per i minori. Difficile comprendere come una diagnosi possa specificamente violare dei diritti umani. L’alto rischio ipotizzato dalle due autrici deriva, viceversa, dalla loro apodittica certezza che i padri vittime di alienazione siano in verità sempre abusanti. Ciò, come è ben noto, non corrisponde al vero; infatti, circa l’80-90% delle accuse di abusi in corso di separazione conflittuale risultano essere calunnie ben orchestrate da donne disturbate o avide.

Dopo questo breve excursus sugli autori (non molti e senza molti argomenti) che hanno criticato la Sindrome da alienazione parentale sviluppata da Gardner, preme sottolineare che molti sono coloro che hanno ritenuto necessario cercare di sviluppare una teoria più avanzata dell’alienazione parentale.

La Gottlieb (2012) ha mostrato come una teoria dell’alienazione genitoriale è indispensabile sia per riconoscerla quando è effettivamente presente, sia per negarla quando è usata come strategia difensiva da parte di genitori che hanno in verità commesso abusi sui figli.

Bernet, von Boch-Galhau, Baker e Morrison (2010), in difesa del costrutto teorico dell’alienazione parentale, elencano i motivi per includere il Disturbo da alienazione parentale (Parental Alienation Disorder, PAD) – come preferiscono definirlo – nel DSM:

  • per il DSM-5 sono stati considerati i fattori di sviluppo. L’attaccamento è un fattore di sviluppo molto importante, e l’alienazione parentale può essere concettualizzata come un disturbo dell’attaccamento;
  • per il DSM-5 sono stati considerati i disturbi relazionali, e l’alienazione parentale è un tipico esempio di questo tipo di condizione mentale;

  • per il DSM-5 sono state considerate le diagnosi dimensionali, e le descrizioni dell’alienazione parentale hanno avuto caratteristiche dimensionali dai primi anni ’90;

  • il fenomeno dell’alienazione parentale è stato descritto molto prima che l’alienazione parentale fosse formalmente definita;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. C’è stata una considerevole ricerca qualitativa e quantitativa circa l’alienazione parentale e l’alienazione parentale;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. Negli anni ’80 e ’90, il fenomeno è stato riconosciuto e descritto in maniera indipendente da gruppi di ricercatori;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. Dopo che l’alienazione parentale è stata formalmente definita, molti ricercatori sono stati in grado di applicare la definizione a soggetti con i quali avevano a che fare;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. Nonostante le controversie circa la terminologia o l’eziologia, il fenomeno è quasi universalmente riconosciuto dai professionisti della salute mentale che valutano e trattano i figli nei divorzi altamente conflittuali;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. L’alienazione parentale è stata identificata e studiata in molte nazioni;

  • l’alienazione parentale è un concetto valido. Ricerche collaterali su argomenti correlati supportano l’affermazione che l’alienazione parentale è un fenomeno reale;

  • i criteri diagnostici per l’alienazione parentale sono reali o attendibili. Ricerche sistematiche indicano che i criteri diagnostici rilevano attendibilità;

  • è possibile stimare la diffusione dell’alienazione parentale. Ricerche sistematiche indicano che, negli Stati Uniti, il fenomeno riguarda circa l’1% di bambini e adolescenti;

  • l’alienazione parentale e l’alienazione parentale sono state discusse da organizzazioni di professionisti;

  • l’alienazione parentale e l’alienazione parentale sono state ampiamente discusse da legali professionisti;

  • l’alienazione parentale e l’alienazione parentale sono state ampiamente discusse dal pubblico in generale;

  • l’alienazione parentale è una grave condizione mentale. Ha un decorso che spesso continua nell’età adulta e può causare gravi problemi nel lungo termine;

  • stabilire criteri diagnostici renderà possibile studiare l’alienazione parentale in maniera sistematica e su larga scala;

  • stabilire criteri diagnostici sarà d’aiuto per i clinici che lavorano con famiglie ove i genitori sono separati, divorziati o stanno cercando di fare ciò che è meglio per i loro figli, e con figli di divorziati che abbisognano di un trattamento appropriato che è basato su una diagnosi corretta;

  • stabilire criteri diagnostici ridurrà la possibilità, per genitori molestatori e avvocati poco etici, di abusare del concetto di alienazione parentale nelle dispute sui figli;

  • ci sono critici dell’alienazione parentale e dell’alienazione parentale che si oppongono all’impiego di questi concetti come diagnosi psichiatrica, ma le loro argomentazioni non sono convincenti.

Il lavoro di Bernet et al. (2010) è corredato da un’estesa bibliografia (che include libri, capitoli di libri e articoli pubblicati su riviste in materia di salute mentale e professione legale) di oltre 600 titoli, la cui ampiezza riflette e attesta l’esistenza di un vasto interesse su questa materia da parte degli studiosi.

Il 21 settembre 2012 l’American Psychological Association ha comunicato che il PAD (Parental Alienation Disorder), proposto dal gruppo di Bernet, non sarà incluso nel DSM-5, benché sia da considerare un problema relazionale.

Uno studio recente di Lavadera, Ferracuti e Malagoli Togliatti (2012) esplora le caratteristiche delle famiglie separate in Italia ove è stata diagnosticata l’alienazione parentale. La ricerca è stata effettuata all’interno della provincia di Roma, su di un campione di 12 casi nei quali gli esperti nominati dal Tribunale hanno diagnosticato l’alienazione parentale. I genitori alienanti sono equamente suddivisi tra padri e madri, e tutti avevano la custodia (legale o fisica) dei figli al momento in cui l’alienazione parentale è stata riconosciuta. Mediante il confronto con un campione di controllo in cui non vi è presenza di alienazione parentale, i genitori alienanti sono risultati più conformisti, rigidi e moralisti e meno capaci di prevedere le conseguenze della proprie azioni. I bambini vittima di alienazione parentale sono risultati avere maggiori problemi di identità e del falso Sé, comportamenti manipolatori, distorsione della realtà, maggiori difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Riguardo all’intervento legale, emerge che quando il genitore alienante è il padre è più probabile che il suo agire sui figli venga riconosciuto come serio e pericoloso, e che venga rifiutato l’affido. Analogamente, ai padri non viene data la custodia quando sono il genitore alienato. Le madri possono ricevere l’affido con maggiore frequenza dei padri perché, secondo stereotipo, sono considerate il genitore migliore anche quando presentano gravi disfunzioni. Nei casi di alienazione di grado grave, in cui il genitore alienante è mentalmente disturbato o viola le sentenze e rifiuta le terapie, può essere garantito un cambio di custodia, purché il genitore alienato mantenga sufficienti capacità genitoriali.

  1. Incidenza delle caratteristiche di personalità sulle capacità di accudimento

Determinate caratteristiche di personalità del caregiver influenzano le sue capacità genitoriali e possono avere un impatto negativo sulla prole. Un genitore responsivo conforta e tranquillizza il proprio bambino, lo accudisce ricorrendo a condotte appropriate, se ne prende cura, lo guida verso l’indipendenza, risponde ai bisogni del bambino, segue con orgoglio le sue tappe evolutive, lo aiuta ad acquisire fiducia in se stesso, desidera che il proprio bambino venga amato dagli altri, non lo minaccia di abbandono, dà fiducia al figlio, motiva i rimproveri nei suoi confronti e motiva le proprie scelte educative. Al contrario, un genitore con disturbi di personalità, come il disturbo borderline, adotta condotte incoerenti (ad esempio, alterna in modo improprio iperprotezione e trascuratezza), crea confusione nel bambino, punisce o scoraggia la sua indipendenza (il genitore, in particolare nel periodo della preadolescenza e dell’adolescenza, vive l’indipendenza del figlio come un abbandono), non approva o sperimenta invidia verso i progressi evolutivi del bambino, non favorisce lo sviluppo di un senso di Sé positivo, si aspetta che sia il bambino a rispondere ai suoi bisogni e non viceversa (inversione di ruolo in cui il bambino assume un ruolo da genitore nei confronti del proprio genitore reale), spaventa il piccolo, lo punisce anche senza alcun motivo o spiegazione, è risentito dal fatto che il bambino venga amato da altri, minaccia di abbandonarlo e di punirlo, diviene improvvisamente freddo, depresso o si irrita quando il bambino disobbedisce e non si mostra perfetto come il genitore pretenderebbe (modalità del genitore per compensare il proprio sentimento di inadeguatezza), non si fida di lui, genera paura allo scopo di controllare il bambino, gli fa credere di essere “sbagliato” (Lawson, 2000; Mason, Kreger, 2010; Roth, Friedman, 2003). Di conseguenza, il bambino tende a diventare il bersaglio delle proiezioni e delle distorsioni di realtà del caregiver (Feldman, Guttman, 1984). Può succedere, ad esempio, che una madre con più figli percepisca un figlio come “buono e perfetto” e gli altri figli come “cattivi, imperfetti o pazzi”, finendo con il proiettare il suo pensiero distorto e disorganizzato su di essi.

I bambini allevati in tali contesti disfunzionali crescono con la paura che il genitore possa fare loro del male, imparano a interpretare le modalità comportamentali del genitore al fine di prevenire esplosioni colleriche e attacchi nei loro confronti, possono tendere a estraniarsi dal contesto in cui vivono. La madre “normale” contiene i timori del bambino; il bambino la cui madre è disturbata tende a reprimere le sue paure, a contenere e a calmare il genitore (Eddy, Kreger, 2011).

Nei casi di separazione e divorzio una madre con le caratteristiche di personalità qui sopra citate può privare il figlio del contatto con l’alto genitore allo scopo di punire il figlio o l’ex partner (Neuman, 2012). Può succedere che la madre borderline si convinca che la figlia sia stata abusata sessualmente dall’ex marito; anche un bacio di saluto tra la figlia e il proprio padre può essere interpretato come un segnale di conferma dell’abuso (Lawson, 2000). Una dichiarazione infondata può comunque avere effetti negativi sulla relazione tra il bambino e il genitore erroneamente accusato, e in alcune circostanze il bambino può credere di essere vittima di abusi arrivando persino a descrivere eventi mai avvenuti. In altri casi il minore, in genere preadolescente o adolescente femmina, ferito per la separazione dei genitori viene incoraggiato a rilasciare una falsa dichiarazione o da un genitore, o su sua stessa iniziativa per vendicarsi del padre che ha lasciato la casa o per fare in modo che qualcun altro (come un patrigno, ecc.) si allontani (Bala, Mitnick, Trocmé, Houston, 2007).

Alcuni studi hanno dimostrato che un soggetto, tra i quattro e i diciotto anni, con un genitore avente un disturbo borderline di personalità è esposto maggiormente, rispetto a soggetti aventi madri senza disturbi psichiatrici, a cambiamenti della composizione familiare e a cambi di scuola, ad abuso di alcol e droga (Feldman, Zelkowitz, Weiss, Vogel, Heyman, Paris, 1995); inoltre, mostra maggiormente disturbi della condotta (Weiss, Zelkowitz, Feldman, Vogel, Heyman, Paris, 1996), predisposizione all’aggressività e alla delinquenza, ansia, depressione, bassa stima di sé (Barnow, Spitzer, Grabe, Kessler, Freyberger, 2006). Lo studio di Crandell, Patrick e Hobson (2003) ha confrontato bambini aventi madri borderline con bambini della stessa età e aventi madri senza disturbi psichiatrici. A due mesi di età le madri dei bambini del primo gruppo apparivano più intrusive e meno sensibili delle madri del secondo gruppo. Per di più, i bambini del primo gruppo erano più disorientati e meno sensibili degli altri bambini. All’età di tredici mesi, l’80% dei bambini appartenenti al primo gruppo presentava uno stile di attaccamento disorganizzato nei confronti delle rispettive madri (Hobson, Patrick, Crandell, Garcia-Perez, Lee, 2005). Si tratta della medesima percentuale riscontrata nei bambini maltrattati (Carlson, Cicchetti, Barnett, Braunwald, 1989).

  1. Implicazioni per il bambino

La relazione che il bambino instaura con ciascun genitore dopo la separazione o il divorzio può essere considerata lungo un continuum da positivo a negativo, ove l’alienazione costituisce l’estremità più negativa. Come si può osservare in Figura 1, all’estremità più sana del continuum si collocano i bambini aventi rapporti positivi con entrambi i caregiver e che desiderano trascorrere del tempo con ogni genitore (sovente in uguale misura).

All’estremità positiva del continuum situiamo anche quei bambini che mostrano una certa affinità con un determinato genitore al quale si sentono maggiormente vicini rispetto all’altro, anche se palesano desiderio di continuità e vicinanza con ambedue. Tuttavia, queste affinità possono mutare con il passare del tempo, con lo sviluppo, con modificazioni di situazioni ed esigenze.

Proseguendo lungo il continuum, troviamo quei bambini che hanno sviluppato un’alleanza
con un genitore; manifestano la preferenza per un genitore durante il matrimonio o la separazione e spesso, in seguito alla separazione, desiderano un contatto limitato con il genitore non preferito. Al contrario del bambino alienato, di solito i bambini alleati con un genitore non rifiutano del tutto l’altro genitore, non cercano di interrompere ogni contatto; inoltre, possono esprimere una certa ambivalenza (caratterizzata da rabbia, tristezza, amore, resistenza al contatto) verso questo genitore, che potrà essere temporanea e venire elaborata con un adulto di fiducia o un terapeuta. In alcuni casi potrebbe però sfociare nell’alienazione, nel contesto di un divorzio amaro con prolungato contenzioso. La maggior parte dei bambini alleati percepisce il genitore preferito come bisognoso di attenzione e protezione, e non adotta condotte crudeli verso il genitore meno amato, come invece accade per il bambino alienato.

Vi sono poi i bambini estraniati aventi un genitore disturbato psichicamente o che abusa di sostanze, o per il quale erano oggetto di trascuratezza, o di ripetute violenze, abusi. Dopo la separazione essi respingono tale genitore violento. Talvolta tali bambini non sono stati testimoni diretti della violenza, ma sono venuti a contatto con le conseguenze della violenza, o sono stati lasciati alle cure di un genitore vittima traumatizzato da un grave abuso coniugale (Van Horn, Groves, 2006). Riscontriamo rabbia intensa verso il genitore abusante e reazioni fobiche a quel genitore, causate dalla paura inconscia di ritorsioni. I bambini estraniati abbisognano di un intervento post-traumatico da stress e, solo dopo che il trauma è stato adeguatamente affrontato, si dovrebbe valutare la necessità o meno di interventi indirizzati all’alienazione. Gli estraniati, spesso dopo la latenza o l’adolescenza, sviluppano una certa capacità di chiarirsi le idee, fare delle scelte e distanziarsi dagli effetti corrosivi di un genitore inaffidabile, inadeguato; il loro allontanamento risulta quindi motivato, adattativo, di protezione. Pertanto, rifiutano o desiderano ridurre al minimo il contatto con questo genitore. Le risposte dei soggetti realisticamente estranei, in seguito alla separazione, sono comunemente ed erroneamente interpretate, in materia di affidamento, come casi di alienazione parentale. Il genitore negligente, offensivo o violento accusa spesso l’altro genitore di alienare il bambino contro di lui/lei.

Infine, al termine estremo del continuum vi sono i bambini alienati, che esprimono il loro rifiuto feroce per un genitore senza apparente senso di colpa o di ambivalenza; essi resistono nel respingere qualsiasi contatto con il genitore rifiutato. Anche se in alcuni casi i reclami e le accuse del bambino nei confronti del genitore rifiutato possono essere fondati, le percezioni negative del bambino sono in diversi casi esagerate e distorte (Kelly, Johnston, 2001).

Figura 1. Continuum di relazioni bambino-genitore dopo la separazione/divorzio (adattata da Kelly, Johnston, 2001)

Il modello teorico proposto da Kelly e Johnston (2001), visibile in Figura 2 nella sua versione originale, evidenzia le relazioni dei bambini con i genitori dopo la separazione e il divorzio. I fattori di sfondo sono quelli che influenzerebbero il bambino, direttamente o indirettamente. Questi fattori includono una storia di intenso conflitto coniugale e il successivo conflitto e contenzioso di divorzio che possono essere alimentati da professionisti e parenti in una famiglia allargata. Essi comprendono anche le caratteristiche di personalità dei genitori alleati, in particolare la loro vulnerabilità alla perdita e al rifiuto inerente alla separazione coniugale che li lascia con una sensazione di umiliazione ed emotivamente afflitti. Di conseguenza, si ipotizza che questi genitori possano essere vendicativi, consciamente o inconsciamente, e si comportino in un modo emotivamente abusante che può ledere il rapporto del bambino con l’altro genitore. In particolare, usano il bambino come sostegno emotivo e come arma nel conflitto con l’ex coniuge (Beeble, Bybee, Sullivan, 2007). Tra i fattori di sfondo vi sono anche le caratteristiche di personalità del genitore rifiutato, come la passività e il ritiro di fronte al conflitto familiare e la tendenza ad essere egocentrici e immaturi. Queste caratteristiche sono associate ad alcune limitazioni nella capacità genitoriale, ad esempio concernono a minore empatia e calore verso il bambino e preoccupazione per gli interessi propri dell’adulto.Inoltre, i genitori rifiutati sono spesso eccessivamente critici, esigenti, e a loro volta rifiutanti in risposta al rifiuto del bambino.

Nel bambino le caratteristiche principali che si ipotizza possano prevedere, direttamente e indirettamente, il rifiuto di un genitore dopo il divorzio sono l’età, il temperamento e le capacità cognitive (Ceci, Bruck, 2006). In genere, preadolescenti e adolescenti possono mantenere una posizione di rabbia, sono più propensi a dare rigidi giudizi morali su un genitore, sono maggiormente in grado di ribellarsi all’autorità. I bambini più piccoli, di solito, non sono rifiutanti del tutto e in maniera costante, a meno che non abbiano fratelli maggiori da emulare o che li controllino. Inoltre, i bambini vulnerabili, ansiosi, timorosi, dipendenti, o emotivamente in difficoltà sono meno capaci di sopportare lo stress derivante dall’essere nel mezzo di un conflitto coniugale; hanno maggiori probabilità di essere trascinati in una posizione di alleanza. Nei bambini in età prescolare si può riscontrare ansia da separazione manifestata attraverso disagio emotivo e protesta al momento del passaggio dal genitore preferito all’altro genitore.

Figura 2. Fattori di sfondo, variabili intervenienti e risposta del bambino (Kelly, Johnston, 2001)

Anche la durata delle procedure legali può influire direttamente sulle dinamiche della sindrome, aumentando la possibilità, ad esempio, di complicazione/esacerbazione dei conflitti già esistenti, di estremizzazione dei sentimenti di ambivalenza e delle ferite narcisistiche e di abbassamento qualitativo del senso di autostima delle parti in causa (Kopetski, 1998a, 1998b). Il comportamento alienante può altresì essere messo in relazione ad un grave deficit nel ruolo genitoriale, le cui reazioni nei minori tendono a variare in funzione dell’età: dalla sperimentata ansia da separazione con lo stesso genitore alienante, più frequente in soggetti in età prescolare, al rifiuto delle visite, maggiormente frequente in soggetti preadolescenti e adolescenti(Kopetski, 1998a, 1998b).

Gli operatori dei vari servizi, così come i diversi professionisti dell’ambito psicologico-giudiziario, dovrebbero valutate in primis se le caratteristiche di personalità del genitore hanno un’incidenza negativa sul bambino. Tale valutazione potrebbe avvalersi di una comparazione, come quella visibile in Tabella 2, tra Madre Ideale e Madre Borderline, o comunque estensibile a un genitore che presenta una personalità disturbata, con l’obiettivo di: a) tutelare il bambino dall’instabilità e dagli agiti del genitore disturbato; b) valutare se il tempo che il minore trascorre con il genitore disturbato necessiti di essere supervisionato. Se questo non si rende necessario, non ci troviamo in presenza di un immediato e imprevedibile rischio di denigrazione dell’altro genitore e relativa interferenza nel rapporto tra il bambino e l’altro genitore. Tuttavia, il figlio andrebbe comunque “protetto” dal caregiver “disfunzionale”; ad esempio, in alcuni casi può essersi instaurata una simbiosi patologica tra genitore e figlio, che è frutto di comportamenti passivi (iperadattamento, incapacitazione, un paralizzante rifiuto di pensare e prendersi responsabilità), di una dipendenza non risolta, che non permette l’autonomia del figlio (Lowenstein, 2002).

Nel caso in cui quanto sopra si renda necessario, occorre adottare un idoneo e strutturato parenting plan che regolamenti i criteri, le modalità di visita e il tempo che il minore trascorre con il genitore al fine di minimizzare le opportunità di manipolazione del parenting plan stesso da parte del genitore disturbato (Neuman, 2012; Stoltz, Key, 2002).

Il programma potrà prevedere per il genitore problematico una psicoterapia, focalizzata sulla regolazione emotiva. Come gli studi (Sroufe, 1995; Tronick, 2005) hanno evidenziato, nello sviluppo delle competenze regolatorie infantili la madre ricopre un ruolo cruciale, mediante la funzione di regolazione e trasformazione delle emozioni sperimentate dal piccolo, tramite continui processi di sintonizzazione/rottura della comunicazione e riparazione della stessa da parte della madre. I processi di regolazione emotiva vengono impiegati dalla teoria dell’attaccamento per spiegare la formazione dei modelli di attaccamento nei primi anni di vita intesi come stili di regolazione delle emozioni che il bambino costruisce in rapporto alla disponibilità emotiva sperimentata nell’interazione con i suoi partner. L’attaccamento sicuro rappresenta per il bambino la possibilità di comunicare le emozioni, positive e negative, a un partner percepito come disponibile emotivamente; al contrario, l’attaccamento insicuro, soprattutto quello evitante, si configura come una strategia che restringe la possibilità di esprimere le proprie emozioni a fronte di una madre vissuta come indisponibile e incapace di tenere testa alle espressioni del bambino (Cassidy, 1994).

Inoltre, il parenting plan prevede che il caregiver venga sottoposto a periodiche valutazioni volte man mano ad accertare le evoluzioni del trattamento (l’andamento dell’impulsività, ecc.) idonee a stabilire se le visite al minore dovranno essere sospese o andranno incontro a restrizioni o ampliamenti. Il tempo che il figlio trascorre con il genitore dovrebbe essere correlato di volta in volta all’attuale livello disfunzionale del genitore. Ad esempio, il tempo da passare insieme potrà subire degli incrementi da poche ore a una giornata, da espandere poi ai sabati e alle domeniche (notti escluse), a un weekend intero (una notte) e così via. Infine, il programma dovrebbe delineare in dettaglio il tipo di condotta che il genitore “in fase di ristrutturazione” dovrebbe seguire allo scopo di assicurare stabilità al minore.

Madre Ideale

Madre Borderline

Conforta il bambino Confonde il bambino
Si scusa per il suo comportamento inappropriato Non si scusa o non è consapevole della propria condotta
Si prende cura di se stessa Si aspetta che gli altri si prendano cura di lei
Incoraggia l’indipendenza Punisce o scoraggia l’indipendenza
È fiera delle abilità del proprio bambino Prova invidia/si avvilisce di fronte alle abilità del bambino
Pone nel bambino le basi per lo sviluppo dell’autostima Distrugge o indebolisce l’autostima del bambino
Risponde ai bisogni del bambino Si aspetta che il bambino risponda ai suoi bisogni (della madre)
Tranquillizza il bambino Spaventa il bambino
Motiva i rimproveri verso il bambino Adotta una condotta incoerente e punisce senza fornire spiegazioni
Si aspetta che il bambino venga amato dagli altri È risentita se il bambino viene amato dagli altri
Non minaccia il bambino di abbandono Usa la minaccia di abbandono come punizione
Crede nella bontà del bambino Non crede nella bontà del bambino
Ripone fiducia nel bambino Non si fida del bambino

Tabella 2. Differenze tra Madre Ideale e Madre Borderline (adattata da Lawson, 2000, p. 35)

  1. Programmi di recupero

Per i casi di alienazione parentalegravi già Gardner riteneva che l’unica soluzione fosse l’inversione dell’affido. Questa conclusione è stata confermata dallo studio di follow up di Rand, Rand e Kopetski (2005), ove si evidenzia come la terapia tradizionale sui minori alienati sia persino controproducente, mentre l’inversione dell’affido risolve quasi sempre il problema. Tuttavia, poiché può essere difficile convincere il minore ad andare a vivere con il genitore che rifiuta, può essere favorevole la collocazione del minore in un luogo neutro. Per evitare di traumatizzare il minore sono stati elaborati programmi che cercano di aiutarlo a cambiare atteggiamento.

I programmi di recupero noti e sperimentati negli Stati Uniti rappresentano un tentativo di validazione sul campo di alcune teorie sul meccanismo di instaurazione dell’alienazione parentale. Presentiamo brevemente i principali.

  • Family Bridges (Warshak, 2010b). Si tratta di un programma di formazione che si propone di aiutare bambini e adolescenti gravemente alienati ad accettare la decisione del tribunale che li colloca presso il genitore rifiutato. Il minore trascorre un periodo della durata di circa tre o quattro giorni con il genitore rifiutato in un villaggio vacanze o in un’altra struttura idonea. Nel corso della vacanza il minore e il genitore partecipano insieme a varie iniziative formative. Nella prima fase si discutono i temi inerenti alle relazioni genitori-figlio; altre fasi del programma prevedono di affrontare la tematica del divorzio e della risoluzione dei conflitti. Secondo i ricercatori, l’efficacia del corso è stata verificata in ventidue minori su ventitre, i quali avevano riallacciato una relazione positiva con il genitore rifiutato. Il programma è stato applicato anche a casi di minori vittime di sottrazione internazionale, cioè a minori portati illegalmente all’estero da un genitore e poi restituiti dopo molto tempo all’altro genitore.
  • Overcoming BarriersFamily Camp (Sullivan, Ward, Deutsch, 2010). Il programma è basato sulla formula della vacanza e la principale differenza rispetto al programma Family Bridges è che prevede la partecipazione di ambedue i genitori unitamente al minore. Questo comporta che il programma si possa applicare solo ai casi nei quali il genitore favorito collabora e quindi, di solito, l’alienazione del minore è di grado lieve o al più medio.
  • Metodo Childress. Craig Childress (2013) ritiene che la causa basilare del problema vada attribuita a una relazione patologica instaurata nell’infanzia dal genitore alienante con uno dei suoi caregiver. Il rimedio proposto da Childress viene definito Strategic-Beahvioural-System Intervention e ha il fine di sostenere il minore nello sviluppo di una relazione positiva con il genitore rifiutato senza violare l’alleanza e il senso di lealtà con il genitore alienante.
  • Metodo Stephens. Edward M. Stephens (2013) ha messo a punto un trattamento per i minori vittime di alienazione genitoriale di grado grave che viene effettuato presso il Rye Hospital, una struttura accreditata presso lo Stato di New York. Dopo che un’accurata diagnosi ha accertato la vera natura dei problemi del minore, lo staff del centro prende in carico il caso che viene trattato soffermandosi in particolare sui sentimenti del minore nei confronti del genitore rifiutato e nei confronti del genitore alienante. Il minore viene supportato nel superare la distorsione indotta dall’alienazione. Quando possibile vengono effettuate sedute di gruppo con altri minori alienati. Il trattamento viene progettato su misura in modo da adattarsi ai singoli casi, che vengono seguiti anche dopo il rientro del minore in famiglia.
  1. Riflessioni conclusive

La Sindrome da alienazione genitoriale è un fenomeno osservato sempre più spesso nelle cause di separazione e affido di minori e, come abbiamo visto, consiste in un’azione di screditamento più o meno consapevole da parte di un genitore sull’altro che va a determinare un vissuto di alienazione, di distacco emotivo del minore verso l’adulto vessato.

Vi sono i detrattori della teoria dell’alienazione parentale che la ritengono una mera infondata, piuttosto che un’entità psicodiagnostica. Simili posizioni si fondano anche sul fatto che l’alienazione parentale non sia annoverata tra i disturbi elencati nel DSM e nell’ICD, che rappresentano il punto di riferimento della comunità psicologica e psichiatrica internazionale. Indipendentemente dai differenti fattori che possono entrare in gioco in ogni singolo caso, e al di là dei limiti e delle polemiche che la teorizzazione dell’alienazione parentale ha suscitato, occorrericonoscere però che il fenomeno esiste. Qualunque ne sia la causa, è un problema con il quale dovremoconfrontarci sempre di più nei casi di figli contesi a seguito di separazioni.

L’alienazione parentale dovrebbe essere valutata sia nelle dinamiche intrafamiliari, sia in quello che viene chiamato esosistema (rapporti tra l’individuo e l’ordinamento) e macrosistema (tempo, storia, leggi e cultura).

È importante riconoscere nell’alienazione parentale la presenza degli stessi segni di disagio o sofferenza riscontrabili nell’ansia da separazione associata, ad esempio, al recarsi a scuola. Nella maggior parte dei casi tale sintomatologia può racchiudere: tristezza, tendenza all’isolamento, apatia, difficoltà di concentrazione. Nei bambini più sensibili possono manifestarsi anche problemi psicosomatici come vertigini, nausea o tachicardia. Appare molto comune anche l’insorgere di incubi e terrore notturno.

Il compito dei professionisti degli ambiti psicologico e giudiziario dovrebbe anche essere quello di imparare a collaborare congiuntamente, allo scopo di tutelare i diritti di ognuno e di cercare di ridare un senso e una progettualità alle famiglie separate.

RiR

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