«Egregia signora, mi perdoni la brutale franchezza ma ho bisogno di dirglielo subito per non trattenere il cuor suo materno molto addolorato in angosciosa aspettativa. Il suo Walter purtroppo non vuol saperne della madre sua. Ho avuto parecchie occasioni d’intrattenermi con lui sull’argomento ma ho sempre trovato in lui ostilità, repulsione. Egli nulla sente, e credo, scusi il dolore che le procuro, nulla sentirà mai per lei. È debito nella mia coscienza non trastullarla con vane speranze».
(Lettera del 1909 di Riccardo Mariotti, uno dei tutori incaricati di mediare tra madre e figlio)
L’articolo di Silvia Valentini, pubblicato su Il Giornale di Brescia, il 10 luglio 2025 analizza il fenomeno del rifiuto genitoriale attraverso la lente della vicenda di Sibilla Aleramo, scrittrice e pioniera del femminismo italiano, narrata nel suo celebre romanzo autobiografico “Una donna” (1906).
La vicenda di Sibilla Aleramo
La storia di Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, si intreccia con il dramma della perdita del rapporto con il figlio Walter, un caso emblematico che trova eco nelle dinamiche familiari moderne, nonostante i progressi legislativi e sociali. Nata ad Alessandria nel 1876, Sibilla Aleramo visse un’infanzia segnata da spostamenti, da Milano a Civitanova Marche, dove il padre Ambrogio dirigeva una fabbrica di vetro. A quindici anni, Rina fu vittima di uno stupro da parte di Ulderico Pierangeli, un collega di lavoro, e costretta a un matrimonio riparatore. Da questa unione nacque nel 1895 il figlio Walter, ma il matrimonio si rivelò un calvario: Pierangeli era violento e geloso, limitando la libertà della giovane Rina, che trovò rifugio nella scrittura e nell’impegno femminista, collaborando con riviste come L’Italia femminile. Nel 1902, decisa a sfuggire a un’esistenza opprimente, abbandonò il marito, ma fu costretta a lasciare anche Walter, allora di sei anni, poiché la legge dell’epoca affidava la custodia dei figli esclusivamente al padre. Questo distacco segnò profondamente la sua vita: nonostante i tentativi di ricongiungersi con il figlio, il rapporto rimase irrimediabilmente compromesso. Si rincontrarono solo tre volte, nel 1933, nel 1947 e poco prima della morte di Sibilla nel 1960, ma il figlio, cresciuto dal padre e influenzato contro di lei, non riuscì mai a perdonarla per quello che percepiva come un abbandono.
L’articolo di Valentini riporta una lettera del 1909 di Riccardo Mariotti, uno dei tutori incaricati di mediare tra madre e figlio: «Egregia signora, mi perdoni la brutale franchezza ma ho bisogno di dirglielo subito per non trattenere il cuor suo materno molto addolorato in angosciosa aspettativa. Il suo Walter purtroppo non vuol saperne della madre sua». Queste parole riflettono l’ostilità di Walter, che, secondo Mariotti, «nulla sente, e credo, nulla sentirà mai per lei». La Aleramo, nel suo romanzo, descrive un unico momento di connessione emotiva con il figlio durante il loro primo incontro dopo anni: un «singhiozzo profondo» e un «sorriso» in cui intravide la propria anima riflessa in lui. Tuttavia, questa fugace intimità si dissolse subito, lasciando spazio a un’incomunicabilità insanabile, aggravata dalla legge che non tutelava né i diritti della madre né quelli del figlio.
Un dramma senza tempo
La vicenda di Aleramo è un esempio storico di alienazione genitoriale, un fenomeno che, come sottolinea Valentini, persiste anche oggi, nonostante un sistema giuridico più attento alla bigenitorialità. L’alienazione genitoriale si manifesta quando un genitore, definito “alienante”, influenza il figlio contro l’altro genitore, il “genitore alienato”, portando il minore a rifiutarne il rapporto. Nel caso di Aleramo, il marito Pierangeli contribuì a questa frattura, alimentando l’ostilità di Walter verso la madre.
Valentini evidenzia come, nei conflitti separativi odierni, i figli possano essere coinvolti in dinamiche di lealtà che li spingono a emulare l’ostilità di un genitore verso l’altro, spesso con gravi conseguenze psicologiche. La letteratura scientifica conferma che i minori esposti a queste dinamiche hanno un rischio elevato di sviluppare disturbi psicopatologici, come ansia, depressione o problemi di identità, in particolare nella prima età adulta. Nel caso di Aleramo, il rapporto simbiotico tra Walter e il padre, insieme all’impossibilità legale di mantenere un contatto con la madre, contribuì a un’alienazione irreversibile.
Se all’epoca di Aleramo la legge non offriva strumenti per tutelare il rapporto madre-figlio, oggi esistono interventi mirati, come la mediazione familiare e il sostegno psicologico, che possono prevenire o mitigare l’alienazione genitoriale. Tuttavia, Valentini sottolinea l’importanza della tempestività: più tempo passa, più il legame diventa difficile da recuperare, come dimostrato dalla storia di Sibilla. La Risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2079 del 2015 raccomanda pratiche come la “Cochemer Praxis”, che promuove la cooperazione tra genitori separati per evitare comportamenti alienanti. Inoltre, la giurisprudenza italiana, ha recentemente chiarito che non si tratta di una sindrome psichiatrica, ma di una dinamica relazionale complessa.
La storia di Sibilla Aleramo, come raccontata da Valentini, non è solo un monito sul dolore di una madre privata del figlio, ma anche un invito a riflettere sull’importanza di proteggere i minori dalle conseguenze dei conflitti genitoriali. La sua lotta per l’emancipazione femminile e la sua sofferenza per la perdita di Walter continuano a risuonare, ricordandoci che il diritto a un rapporto equilibrato con entrambi i genitori è fondamentale per il benessere dei figli, allora come oggi.
10 luglio 2025