Come curare l’alienazione: approccio psicoterapeutico

L’approccio psicoterapeutico è raccomandato nei casi di alienazione di grado moderato [fonte]; ma occorre agire con rapidità, competenza, decisione; il rischio è che le condizioni del bambino degenerino verso il grado grave. Sui programmi di trattamento della PAS grave si suggerisce di consultare questo post.

  1. La variabile tempo. “La maggior parte dei terapeuti che fanno trattamento sui bambini riconoscono l’importanza di ristabilire un legame sano e forte con il genitore alienato, ma credono che il miglior approccio sia quello di aiutare il bambino a comprendere lentamente, con il tempo necessario (…) per quella che è stata la mia esperienza tale approccio semplicemente non funziona con i bambini PAS. Esso, infatti, causa un peggioramento nel bambino dato che il fattore tempo è dalla parte del genitore alienante: più tempo il terapeuta spende (o, più precisamertre, spreca) nell’uso di questo approccio terapeutico tradizionale, e maggiori sono le opportunità di indottrinare il bambino contro il genitore bersaglio”.
  2. La personalità del genitore alienante. “Il bambino ha sintomatologia di grado moderato, accetta ancora le visite al genitore alienato, ma il genitore alienante è cosi tenace nell’alienare il bambino, cosi irrefrenabilmente dedito alla sua programmazione, che il cambio di custodia primaria diventa l’unica speranza se si vuole alleviare la sintomatologia del bambino. In questi casi il processo di alienazione è diventato un modus-vivendi, ed è cosi profondamente radicato nella struttura psichica dell’alienatore che non è verosimilmente credibile che le procedure di programmazione terminino con il cessare della controversia legale sulla custodia… talvolta il genitore alienante è paranoide ed il genitore alienato è il centro del sistema decisionale paranoide…Così il bambino, anche se ancora classificabile ad un grado moderato, sta chiaramente scivolando verso il livello grave… Solamente isolando il bambino dalla possibilità di accesso incontrollato del genitore alienante si avrà una qualche possibilità di aiutarlo”.
  3. L’intervento terapeutico. “I bambini P AS hanno bisogno di terapie condotte da un terapeuta che sia a conoscenza delle speciali tecniche necessarie per il loro trattamento … devono avere familiarità con metodi alternativi di terapia: metodi che comprendono un approccio autoritario al trattamento… essi devono avere la capacità di rivolgere al genitore alienante, così come al bambino, le minacce di conseguenze se ci saranno violazioni al programma di visite ordinato dal tribunale. Questo genere di terapeuti deve trovarsi a proprio agio nell’uso di approcci aggressivi, il cui scopo è deprogrammare il bambino P AS. Essi devono riconoscere che fare quello che il bambino pretende di volere potrebbe non essere nel suo miglior interesse. Quello che è il miglior interesse del bambino, nei casi di PAS, è che egli sia forzato a visitare il genitore alienato... I terapeuti che non hanno la volontà di fare una svolta in questo senso, non saranno verosimilmente in grado di aiutare i bambini PAS

[fonte: i punti 1, 2 e 3 sono citazioni dei lavori del prof. Gardner selezionate nel capitolo conclusivo del libro di Gullotta, Cavedon, Liberatore “La Sindrome di Alienazione Genitoriale”].

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6 comments for “Come curare l’alienazione: approccio psicoterapeutico

  1. 28 aprile 2013 at 09:38

    Quella situazione avente per oggetto la contesa dei figli in affidamento, la privazione da parte di questi di qualcosa di naturale e fisiologico, ovvero rimanere legati affettivamente ed emotivamente verso ambedue i genitori, è un tema sempre più sentito.

    Spesso si assistono a scene che non vorremmo mai né vedere nel reale, né nell’immaginario e sconfinato mondo di conflittualità di genitori separati, tali scene assumono connotati colorati di noir per l’affidamento dei figli. Allora la guerra tra i coniugi nei tribunali senza esclusione di colpi si realizza tra perizie psicologiche dei figli, che diventano le vittime della conflittualità; spesso infatti questi diventano il “redde rationem” di quella guerra.

    Alcune volte, l’affidamento fisico per uno dei due genitori, va di pari passo con un’esclusività di possesso che diventa anche mentale e non condivisibile con l’altro genitore. Un possesso esclusivo di qualcosa che non è un oggetto, ma fa parte del nostro dna.

    La sindrome di alienazione genitoriale (PAS) vero è che non viene riconosciuta come malattia nella psichiatria infantile, ma è nota a tutti, non solo agli addetti ai lavori; essa si trasmette e s’instaura lentamente nei figli contesi da genitori separati, e consiste nella denigrazione di uno dei genitori tramite lavaggio del cervello.

    Non sono necessari trattati di psichiatria infantile per capire che chi agisce in tale modo si sente in colpa per una rottura di un’unione matrimoniale, sia pure quando vi siano state motivazioni gravi.
    I figli in tale contesto instaurano una conflittualità, sia pur inconscia, verso il genitore denigrato, questo comporta spesso un’ipereattività, un’insoddisfazione, una carica di violenza intrinseca non mitigata dall’affetto naturale verso entrambi i genitori.

    L’insoddisfazione affettiva dei figli diventa così la causa della privazione di un affetto.
    La PAS infatti è considerata una situazione di maltrattamento del bambino che attenta alla sua incolumità psichica, fisica e affettiva: è un non riconoscimento del suo diritto a essere se stesso.
    Una violenza che va punita, una violenza sebbene talvolta sottesa ed involontaria ad un conflitto che non potrà mitigarsi. Non si può negare una sindrome, sia pur negata dalla medicina, che diventa reale in molti casi; una sindrome che spesso è nota nei tribunali minorili anche se non è riconosciuta come una malattia, ma in questo caso la malattia maggiore è dei genitori, quella possessività esclusiva, l’affetto che non deve e non può essere condiviso, gelosia sebbene naturale, ma morbosa che nuoce e che diventa fatale allo sviluppo adolescenziale.

    La non violenza psicologica sui figli dovrebbe necessariamente essere il leitmotiv per considerare una attenta revisione di qualcosa di reale che si verifica sempre piu spesso tra genitori separati, un qualcosa di non bello che scaturisce dalla fine di un unione il cui tempo ha inesorabilmente reso reale.

    L’amore finito tra i coniugi non deve riflettersi sui figli, musica innocente di un mondo contaminato. L’amore per i figli consiste anche nel far donare e nel permettere di donare amore all’altro genitore separato, di non farlo sentire in colpa agli occhi dei figli anche quando esiste una colpa, di non rendere appariscente né un qualcosa che lo è, né un qualcosa che non lo è.

    Solo così quell’amore senza la possessività sarà completo interamente, un amore che deve obbligatoriamente essere condiviso anche quando non c’è più niente da condividere.

  2. Trilly
    31 ottobre 2016 at 16:28

    La PAS solitamente è inculcata dal genitore che a sua volta da bambino ha subito maltrattamenti seppur solo psicologici e li considera una “normalità”… il dire al proprio figlio se vuoi questo o quell’altro non devi tenere i piedi in due scarpe con entrambi i genitori ma devi appoggiare me, il ricatto seppur morale di fare sentire ai figli il peso della loro crescita sia a livello economico che a livello di genitore unico quando è lui stesso che fa di tutto per allontanare dalla vita dei figli l’altro…. io non so se c’è qualche bravo terapeuta che riesca a dimostrare al giudice che il bene dei figli spesso non è quello che i figli dicono quando hanno una certa età e vengono sentiti dagli stessi giudici, bensì è solo allontanandoli dal genitore medesimo che possono riprendere in mano la loro vita e i loro pensieri e sentimenti senza ricatti…ebbene se esiste mi contatti pure perché anche io sono nella stessa situazione di alienato che non vede i propri figli da maggio 2015… è ora che chi pratica la giustizia, la faccia davvero per i più deboli e non dia ascolto alle voci di adolescenti plagiati per “semplicità” nel risolvere le controversie legali.

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