“Non vedo mia figlia da 18 mesi, il padre me la mette contro”

7.4.2017 – Succede sempre così ci racconta G., una madre che non vede sua figlia da 18 mesi. Un giorno dopo il classico week end il papà non l’ha più riportata a casa. Da allora i rapporti tra madre e figlia si sono interrotti. Il padre, racconta, “me l’ha messa contro”.

Gli psicologi la chiamano alienazione genitoriale: insorge quando uno dei due genitori, solitamente dopo un divorzio, spinge il figlio a disprezzare l’altro. Con mezzi più o meno subdoli. Di casi come quello di G. ce ne sono a centinaia. Ma se ne parla poco: “È un problema sommerso”, ci racconta al telefono. “C’è la paura di subire ritorsioni, di compromettere ancora di più la situazione”.

Com’è iniziato tutto? “Con una separazione consensuale, nel 2012. Affido condiviso e collocamento di nostra figlia presso l’abitazione mia. La bambina ha sempre visto il padre regolarmente. Io non ho mai creato ostacoli”. E poi? “Tra me e lei c’è stata qualche lite, i classici scontri tra una madre e una figlia che sta per diventare adolescente. Finché un giorno il mio ex non l’ha più riportata a casa. E mi ha denunciata per maltrattamenti”. Ma quelle violenze, come accerteranno i periti del tribunale, non sono mai avvenute. “Da allora lei ha tagliato tutti i ponti con me e la mia famiglia”, racconta G. “La vita che aveva prima è stata cancellata. Anche il telefono è bloccato”.

UNA LUNGA BATTAGLIA LEGALE Un anno e mezzo di carte bollate, perizie, consulenze. I giudici danno ragione alla madre, ma la sua è una vittoria amara e, sopratutto, senza conseguenze reali. In un decreto del 2016 il perito del tribunale mette nero su bianco che la minore “vive una condizione di disagio significativo, riconducibile alla perdita del legame affettivo con la madre”. Il padre, si legge nella perizia, esercita su di lei un “forte carisma” e la bambina “avverte di non poterlo deludere”. E ancora: la minore “si trova in una specie di trappola dalla quale non vi è via d’uscita a meno che il padre non la autorizzi in modo autentico a una ripresa dei rapporti con la madre”.

“MIA FIGLIA SI SENTE IN TRAPPOLA” Sulla scorta di queste considerazioni, il giudice obbliga il padre a collaborare “fattivamente nel percorso di riavvicinamento madre figlia” pena “l’adozione di un provvedimento che disponga un collocamento diverso” della minore. Il tribunale prescrive anche una serie di incontri tra madre e figlia, ma la ragazzina non si presenta. E ancora una volta l’ex compagno si mette in mezzo: “Si è inventato qualsiasi scusa per non farmela vedere. I carabinieri non intervengono, i tribunali hanno tempi lunghissimi. Passano i mesi, gli anni. Alla fine un figlio si distacca dal genitore. È un gioco perverso, ma in Italia è possibile. È un rapimento a tutti gli effetti e oggi lo Stato lo consente”. G. non ha dubbi: sua figlia la rifiuta perché “ha paura delle ritorsioni del padre, si sente in trappola, è in una situazione di gravissima difficoltà: questo è emerso anche dai test proiettivi”.

COS’È L’ALIENAZIONE GENITORIALE È il dramma dell’alienazione genitoriale, un grave disturbo relazionale che può compromettere molto seriamente lo sviluppo dei minori: “Quando un bambino rifiuta il padre o la madre, rifiuta anche una parte di sé, tende a vedere le cose in modo polarizzante: un genitore è tutto cattivo, l’altro è tutto buono”, spiega Maria Cristina Verrocchio, Professore associato in psicologia clinica all’Università di Chieti. Ma perché si possa parlare di “alienazione”, avverte, “è necessario accertare sia la presenza, prima della separazione, di una buona relazione tra il minore e il genitore che viene rifiutato, sia che quest’ultimo non abbia commesso reali abusi ai danni del figlio. In questi casi, infatti, l’ostilità può essere giustificata e, di conseguenza, la diagnosi di alienazione non è applicabile”.

“COSÌ I BAMBINI VENGONO MANIPOLATI” Di solito il genitore che instilla nel figlio sentimenti ostili verso l’ex partner usa vari comportamenti per raggiungere il suo scopo. Ad esempio parlando male dell’altro genitore in presenza del figlio. Oppure fa ricorso a tecniche più subdole come lasciar intendere al minore di essere stato trascurato. Altre volte, spiega la docente, “confida al figlio cose che non dovrebbe sapere, riguardanti difficoltà coniugali o questioni legali, tali da indurre un atteggiamento protettivo verso di sé ed un atteggiamento di rabbia verso l’altro genitore”.

“SI COMPORTANTO COME ADULTI, MA SONO IMMATURI” “Il genitore triangola il figlio nella dinamica conflittuale con l’ex partner, lo tratta come se fosse un adulto – sottolinea la Verrocchio – lo mette al suo livello, non essendo capace di riconoscere i suoi bisogni. I bimbi che seguiamo si comportano come dei piccoli adulti, ma in realtà sono molto immaturi sotto l’aspetto affettivo”. La psiche dei minori viene messa a dura prova: “I comportamenti che inducono nei figli un conflitto di lealtà possono essere visti come una specifica forma di maltrattamento psicologico in quanto l’esposizione a tali comportamenti favorisce nei bambini sentimenti di inutilità e imperfezione. Questi bambini si sentono non amati, non desiderati o che hanno valore solo se soddisfano i bisogni altrui. Gli viene chiesto qualcosa che non possono reggere dal punto di vista psichico. Si tratta di un’inversione generazionale molto pericolosa”.

Antonio Piccirilli

Fonte: http://www.today.it

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