Mediazione familiare e Sindrome di Alienazione Genitoriale

L’alienazione genitoriale o PAS viene così discussa nel testo italiano di riferimento in materia di mediazione familiare:

Casa editrice UTET giuridica

LA MEDIAZIONE FAMILIARE

diretto da ALESSANDRA CAGNAZZO

con contributi di:

ELENA ALLEGRI, RITAGRAZIA ARDONE, IRENE BERNARDINI, GIUSEPPE BUFFONE ISABELLA BUZZI, CRISTINA CABRAS, ROBERTA CAGNI, GIOVANNI BATTISTA CAMERINI, FRANCESCO CANEVELLI, CRISTINA CERRAI, MARIA ENRICA CHERCHI, RODOLFO CICCHETTI, LUIGI COMINELLI, BRUNO DE FILIPPIS, GIUSEPPE DE PALO, ROSA DI BENEDETTO, TIZIANA FRAGOMENI, DANIELA GALLI, ROBERTO IANNIELLO, ANNA LUBRANO LAVADERA, MARINA LUCARDI, MARISA MALAGOLI TOGLIATTI, LETIZIA MANCINI, SILVIA MAZZONI, GIUSEPPINA MENICUCCI, ENZA MUSOLINO GIUFFRÈ, PAOLO SALVATORE NICOSIA, MARINA PETROLO, MARIANELLA PIRZIO BIROLI SCLAVI, IVAN POPULIZIO, SARAH RAMPOLLA, MARIA GIOVANNA RUO, GIUSEPPE SPADARO, GIANCARLO TAMANZA, GIORGIO VACCARO

 

Prefazione (GIAN ETTORE GASSANI)

PARTE I.  LA MEDIAZIONE FAMILIARE

PARTE II.  LA MEDIAZIONE NEL DIRITTO INTERNO E NEL PROCESSO

Sezione II

Il CTU ed il mediatore familiare (GIOVANNI BATTISTA CAMERINI)

1. Premesse giuridiche: la genitorialità vulnerabile tra principio di beneficità e principio di legalità. 2. Tempi e modi della mediazione familiare. 3. Formulazione del quesito al CTU e monitoraggio del progetto educativo. 4. Ruolo del CTU e criteri di valutazione. 5. La “sindrome di alienazione genitoriale” 

PARTE III.  IL PROCEDIMENTO DI MEDIAZIONE: FASI E TECNICHE

PARTE IV.   APPLICAZIONI PRATICHE. CASISTICA

 

Il trattato sulla alienazione genitoriale (parte II, sezione II, 5):

Va ribadito come non sia la separazione dei genitori in sé a generare disagi e disturbi nei figli, ma quanto pesino sulla loro serenità e sul loro benessere le circostanze attraverso le quali essi si trovano direttamente o indirettamente coinvolti nei conflitti relazionali e giudiziari che si attivano e si trascinano.

Diversi sono i contributi che la letteratura psicologica ci ha offerto a riguardo. Allorché un bambino si trova ad essere confrontato con liti, contrasti, dissidi (specie se esplicitamente espressi in sua presenza, e specie se il loro contenuto concerne le modalità di affidamento e di custodia del bambino stesso, in modo da configurare la condizione di “bambino conteso”), ai timori di abbandono già vissuti al momento della separazione si aggiungono altri timori, che alimentano i primi. A volte, il bambino giunge a sentirsi in qualche modo “colpevole” di ciò che è accaduto; egli tende allora a difendersi attraverso una sorta di “accomodamento adattivo” al conte- sto familiare di riferimento, sulla base di un “conflitti di lealtà”. In altre parole, egli può giungere a conformarsi alle aspettative del genitore con cui vive a più stretto contatto, assumendone (a volte sino a caricaturizzarli) i sistemi di giudizio e di valori. Risulterà quindi sempre più difficile il “passaggio” da un ambiente all’altro, in quanto proprio questo momento sancisce la situazione di separatezza tra padre e madre, e soprattutto perché espone il figlio al “fronte di fuoco” tra di loro, alle dinamiche conflittuali inerenti le modalità, i tempi ed i luoghi della sua consegna, ovvero al conflitto di potere che su di lui si realizza. Meglio, allora, evitare questo passaggio (ed ecco perché così spesso accade che un bambino esprima il desiderio di rimanere dov’è e che il genitore interpreti “trionfalmente” questo desiderio come una propria vittoria, oppure che in occasione del passaggio stesso avvengano, da parte del bambino, le manifestazioni più eclatanti del suo disagio: crisi di pianto o di ansia fobica, reazioni auto od eteroaggressive). In ogni caso, il bambino si impegna, più o meno consapevolmente, nell’interno di difendersi dalle sue angosce di abbandono cercando di attirare su di sé l’attenzione dei suoi interlocutori, ovvero dei suoi genitori che vede così impegnati nella loro lotta di potere, ricavandone in qualche misura anche “benefici secondari”.

Richard Gardner, psichiatra infantile e forense, membro del Dipartimento di Psichiatria Infantile della Columbia University di New York, coniò il termine “Parental Alienation Syndrome” (nota con l’acronimo “PAS”) – tradotto in italiano (cfr. Gulotta, Cavedon e Liberatore, 2008) con il termine “Sindrome di Alienazione Genitoriale” – per designare il disturbo psicopatologico dei soggetti in età evolutiva e che costituisce la “risposta distintiva” del sistema familiare sottoposto al trauma della separazione. La PAS è dovuta a due fattori concomitanti. Il primo è la “programmazione” o “indottrinamento” di un genitore ai danni dell’altro; comportamento definito come “alienante”. Il secondo fattore, che costituisce la principale manifestazione della PAS, è l’allineamento col genitore più amato (il genitore programmante, che fa il lavaggio del cervello, o che induce la PAS) da parte del figlio, il quale si dimostra personalmente coinvolto in una campagna di denigrazione – che non ha concrete giustificazioni, né è sostenuta da elementi realistici – nei confronti dell’altro genitore, il quale viene allontanato e rifiutato (il genitore “alienato”, denigrato, la vittima, o il bersaglio). Le madri sono genitori alienanti molto più frequentemente di quanto lo siano i padri. Naturalmente è fondamentale il ruolo svolto anche da tutti coloro, familiari e non, che si schierano dalla parte del genitore alienante. La PAS può riguardare anche più di un figlio.

Alla denigrazione, qualora non sia stata sufficiente a spezzare il legame affettivo tra il genitore bersaglio ed il figlio, si possono aggiungere anche le false dichiarazioni o le denunce (anche di abusi sessuali).

Il genitore alienante, invece di contestare al figlio l’assurdità delle sue affermazioni, tollera ed incoraggia le ripetute esibizioni di mancanza di rispetto verso l’altro genitore.

Normalmente, il genitore bersaglio ha avuto un rapporto affettuoso con il figlio, o una minima carenza nelle sue capacità genitoriali. Il marchio caratteristico della PAS è l’esagerazione di difetti marginali e di minime mancanze. Risulta però comunque importante, nella costruzione di questo fenomeno, il comportamento assunto dal genitore alienato il quale spesso, come le sue reazioni, può giungere a rafforzare l’atteggiamento rifiutante del figlio e la sua opposta alleanza: attaccando simmetricamente l’altro genitore, oppure allontanandosi ulteriormente o, all’inverso, assumendo attitudini inutilmente autoritarie e normative. Capita frequentemente, inoltre, che il gioco a tre sia complicato ed alimentato dalla presenza di una partner a fianco del genitore alienato.

Tre tipi di PAS sono stati descritti da Gardner: lieve, moderato e grave. Nel tipo lieve, l’avversione è relativamente superficiale ed il figlio collabora alle visite col genitore denigrato, ma si mostra a tratti ipercritico e mal disposto. Nel tipo moderato, l’alienazione è più profonda: il figlio appare più aggressivo ed irrispettoso e la campagna di denigrazione può essere quasi continua. Nel tipo grave, le visite al genitore alienato possono essere impedite da vissuti e intense manifestazioni di persecuzione/ostilità da parte del figlio, che possono spingerlo a commettere azioni dirette a provocare dispiaceri sino a veri e propri attacchi verbali o fisici al genitore rifiutato. La gravità della PAS non dipende dall’intensità dell’indottrinamento impartito dal genitore alienante, bensì dal successo che egli ottiene da parte dei figli.

La PAS non costituisce un “disturbo” psicopatologico individuale in senso stretto, ma piuttosto l’indicatore di un grave disfunzionamento familiare che coinvolge sia i genitori, sia i figli. Considerata però la presenza di sufficienti “evidenze” circa la sua esistenza, riconosciuta da una ricca letteratura internazionale, è stato proposto il suo inserimen- to nelle prossime edizioni dei manuali DSM-V e ICD-11 (Bernet, 201019), nell’Asse IV riservato ai Problemi Relazionali. In ogni caso, come suggeriscono Cavedon e

Magro (2010)20, appare preferibile utilizzare il termine “Alienazione Parentale”, senza far menzione all’esistenza di una “sindrome”.

Il suo radicamento rappresenta comunque un grave fattore di rischio per lo sviluppo e rappresenta una forma di abuso psicologico. Nel caso in cui un genitore venga “alienato”, viene meno un fondamentale punto di riferimento per i processi di identificazione legati allo sviluppo dell’identità psicosessuale. Come scrivono Kernberg et al. (2000) 22, «L’intensità e la cronicità degli scambi genitoriali, particolarmente in quel 10% di divorzi descritto come ad alta conflittualità, influenza in modo vario la sviluppo da parte del bambino di tratti patologici di personalità. (…) La loro immagine di sé è deteriorata ed inadeguata. Cercano di affrontare il mondo poggiando sul proprio giudizio, disattendendo inflessibilmente i segnali dei propri sentimenti. Le emozioni sono sospette e devono essere evitate. I bambini, di conseguenza, coartano ogni espressione dei sentimenti e deprivano se stessi degli ulteriori scambi emotivi con gli altri, così cruciali per uno sviluppo sano. Gli affetti che sperimentano più facilmente sono la rabbia e l’alienazione; affermano un qualche senso di sé assumendo una posizione oppositiva. Le loro conclusioni riguardo se stessi, gli altri e le situazioni che sperimentano sono distorte perché la loro capacità di vedere e pensare accuratamente sul mondo è disfunzionante».

L’esperienza dimostra che, qualora venga meno l’influenzamento dei figli da parte del genitore alienante, se il rapporto col genitore alienato, in precedenza, era solido, e non è trascorso molto tempo, i sintomi della PAS svaniscono. Il tempo inoltre, è un elemento a favore del suo consolidamento.

[…]

 

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