L’Alienazione Genitoriale nella storia — prof. M. Casonato

Il prof. Marco Casonato, docente di Psicologia Dinamica presso l’Università Milano-Bicocca, narra di come l’abuso sull’infanzia oggi denonimato Alienazione Genitoriale fosse già noto in precedenti epoche, e di come sono principalmente le condizioni storiche che prevedono pregiudizi a favore dell’uomo o della donna nella prassi giudiziaria vigente a rendere o il padre o la madre genitore attivamente alienante.

 


La Sindrome di alienazione parentale (PAS) insorge soprattutto nel contesto delle controversie per la custodia dei figli in corso di qualsiasi forma di separazione: separazione di coppie conviventi, divorzio, ma anche malattia terminale del genitore alienante.

Un genitore disturbato (alienante) o anche un nonno, in genere caratterizzato da un disturbo di personalità Borderline o comunque affetto da un disturbo di personalità ricompreso nel medesimo cluster o affine anche in comorbilità con un altro disturbo,  va incontro a quella che Kernberg (1984) ha definito “regressione maligna”. Una componente essenziale della PAS è infatti una volontà distruttiva riguardo al coniuge (o al genero) volta ad annullarlo come persona ed il riemergere di un’attitudine simbiotica nei confronti del bambino: il bambino esperito come parte della persona del genitore alienante nei casi più gravi o nei casi più lievi come proprietà personale e non come soggetto autonomo: da cui una varietà di manifestazioni sintomatiche che vanno dal figlicidio e figlicidio-suicidio inteso soggettivamente dal genitore alienante come dinamica abortiva di una parte di sé, di un non-soggetto,  al “possesso materiale” del minore sradicato senza tanti complimenti dalla sua continuità esistenziale e portato con sé dal genitore alienante nel corso delle sue peripezie che talora si estendono  oltre ai confini del paese d’origine. Va da se che quale che sia la pervasività della condotta del genitore alienante, essa risulta sempre in un nocumento del minore più o meno esteso.

Nei casi più tipici e comuni il genitore alienante inizia una sistematica  denigrazione dell’altro genitore (genitore alienato) in presenza del bambino coinvolgendo questi in una dimensione irreale e persecutoria radicata in deliroidi che tipicamente si generano sotto stress (da separazione) nel genitore borderline o del cluster B. Il bambino secondo una tipica dinamica familiare si allea col genitore malato per proteggerlo, per certi versi trasformandosi nel suo partner, sulla base di pregresse vulnerabilità ad ansie di separazione e fornisce poi un suo personale contributo alla campagna di denigrazione divenendone in qualche modo parte attiva e nel tempo autonoma.

È proprio questa tipica combinazione di fattori che legittima una diagnosi di Sindrone PAS che può arrivare a protrarsi nei casi più gravi sino all’età adulta anche con la formazione di disturbi deliranti cronici nel bambino oramai divenuto adulto che ha stabilmente implementato nel suo reale i contenuti dei deliroidi del genitore alienante condivisi pienamente e senza critica con lui durante l’infanzia: abbiamo così soggetti che per tutta la vita divengono testimoni e portatori dei deliroidi materni in una lotta perenne contro una figura irreale di padre.

Una caratteristica essenziale della sindrome consiste nella presenza del fattore della separazione: una causa di divorzio altamente conflittuale e protratta, oppure in assenza di matrimonio le procedure minorili civili rispetto alla collocazione del minore: cioè l’esistenza di un importante fattore di stress specifico (paranoicizzante come tutte le procedure giudiziarie) che si colloca a diversi livelli esosistemici (l’apparato giudiziario) e macrosistemici (il sistema giuridico) e cronosistemico (la dimensione storica in cui si attua la vicenda in rapporto col suo dipanarsi cronologico) secondo le direzioni tratteggiate da Bronfenbrenner con la sua prospettiva ecologica (1976). Ma anche una grave malattia terminale può scatenare una PAS in cui il genitore morente si adopera per lasciare solo rovine della sua famiglia dietro di se con false accuse nei confronti del coniuge sopravvivente e strategie di alienazione dei figli destinate a svolgere la propria azione anche dopo il decesso.

Quasi in contemporanea la sindrome PAS è stata descritta in dettaglio da due diversi autori americani afferenti a due diverse aree teoriche.

La definizione in senso proprio della sindrome di alienazione parentale e la sua denominazione è dovuta allo psichiatra forense americano Richard A. Gardner (1985), ma nel medesimo periodo anche Johnston e colleghi con una serie di ricerche e contributi nel corso di oltre un ventennio (1985-2009) hanno descritto e definito una sindrome corrispondente alla PAS, ma caratterizzata per la diversa impostazione teorica di fondo che bisogna considerare per meglio comprenderne similarità e differenze: si tratta infatti di una prospettiva sistemico-familiare nel caso di Johnston, laddove Gardner aveva una impostazione psicodinamica sia pur moderna e capace di considerare anche essa le dinamiche familiari e sociali secondo la peculiare impostazione nell’universo psicoanalitico dell’epoca dei membri dell’William Alanson White Institute di New York. Benchè vi siano stati contatti tra gli autori ex post non vi è stato alcun accordo tra di essi molto probabilmente per ragioni personali di precedenza su chi aveva scoperto per primo la sindrome. E’ entrata poi nell’uso corrente la definizione di Gardner che è stata raffinata nel tempo benchè la prospettiva familiare-sistemica di Johnston risulti più attuale dal punto di vista teorico.

Ricapitolando la Sindrome di alienazione PAS si presenta nell’intersezione di diversi fattori: genitore disturbato del cluster B, bambino ansioso e specificamente vulnerabile, evento di separazione con un fattore sociale pregnante come il procedimento legale di separazione o di successione. L’intersezione di questi tre macrofattori e l’attenzione posta sugli stessi sia da Gardner (1985) che da Johnston et al. (1985) si radica su di una concezione attuale riguardante la psicologia dello sviluppo, la psichiatria e la psicopatologia della personalità che potremmo e definire “ecologica” oppure “bio-psico-sociale” che trova nell’opera di Millon (1999) e di  Paris (1999).


La PAS nella Mitologia classica

Un bambino piange e si dispera perché non vuole andare a scuola: al momento di lasciare la casa inizia a gridare come se venisse portato al macello. La disperazione è talmente straziante che la mamma o il papà rinuncia a portarlo a scuola e lo tiene a casa. Il genitore si trova di fronte ad una alternativa, o insiste che a scuola si deve andare oppure se si caratterizza per spunti paranoidi, o per qualche debilità psichica, comincia a pensare che forse a scuola succedono cose brutte come dice il bambino.

È corretta la condotta di tenere il bambino a casa? Vi è senz’altro da dubitarne, infatti da che mondo e mondo i bambini preferiscono giocare che andare a scuola e fare i compiti: le cose brutte sono in effetti problemi di aritmetica da risolvere, temute correzioni dei “pensierini” scritti a casa, l’impossibilità di guardare cartoni alla TV o di mangiare merendine  ad libitum, voti o giudizi più o meno buoni su riassunti o esercizi. Ogni scusa pertanto è buona per non fare i compiti, o per restare a giocare tranquilli. Ma sarebbe una barzelletta se schiere di  operatori sociali, magistrati minorili, professionisti del “giro” ed avvocati della famiglia ritenessero che se il bambino piange perché non vuole andare a scuola ciò sia una buona ragione per tenerlo a casa e se tutti questi operatori concertassero una strategia al fine di sabotare ogni tentativo di portare il bambino a scuola. Come minimo i bambini resterebbero incapaci di fare di conto e di scrivere come effetto diretto, ma come effetto indiretto (deuteroapprendimento) imparerebbero delle modalità comportamentali che in futuro renderebbero difficile lavorare regolarmente, accettare gli obblighi della società, diventare capaci di sopportare il modesto stress delle interrogazioni o del tentativo di risolvere problemi con la propria testa.

Qualcosa di molto simile da un punto di vista psichiatrico accade quando un genitore affetto da un disturbo di personalità e/o da una qualche forma di debilità mentale non è capace di tranquillizzare il figlio che fa le bizze al momento di interrompere la visione dei cartoni preferiti o di un gioco tanto amato per recarsi dall’altro genitore da cui il primo è divorziato. L’incapacità collusiva, oppure l’attività intenzionale, del genitore che non riesce a gestire correttamente la separazione dal bambino se diviene un pattern stabile e se si presentano alcuni altri tipici fattori collaterali genera quella che è stata chiamata Sindrome di alienazione parentale (PAS).

La PAS nell’antichità

Ad una ricognizione storica il fenomeno della PAS risulta conosciuto sin dall’antichità classica nei suoi tratti fondamentali. La prima fonte antica è Euripide. Una peculiarità che distingue le tragedie euripidee da quelle degli altri due drammaturghi della Grecia classica è la maggiore attenzione che egli pone nella descrizione dei sentimenti, di cui analizza l’evoluzione col mutare degli eventi. La tragedia di Medea (Μήδεια) viene messa in scena da Euripide nel 431 a.c. durante l’agone tragico delle Grandi Dionisie in primavera ad Atene. Per la prima volta nel teatro greco protagonista è la passione di una donna, una passione violenta e feroce che rende Medea una donna debole e forte allo stesso tempo. Forte perché è determinata ad essere padrona della sua vita, capace di controllarla e non si piega davanti a nessuno, debole perché questa caratteristica personologica l’ha resa sola incapace com’è di ricercare aiuto e consiglio, e dietro di sé ella nella sua corsa autoreferenziale ha distrutto via via tutti i suoi affetti. La tragedia si svolge a Corinto, dove Medea, già principessa della Colchide, e suo marito Giasone vivono tranquillamente con i loro due figli dopo la conclusione vittoriosa dell’impresa degli argonauti.

Medea è figlia di Asterodea una ninfa del Caucaso e di Eeta re della Colchide; ella è anche nipote della maga Circe, e come quest’ultima è dotata di poteri magici. Medea è una donna di straordinaria razionalità, bellezza e di estrema passionalità, caratterizzata da una nascosta indole selvaggia. Da qui il suo grande fascino. Il suo nome in greco significa “astuzie, scaltrezze”, infatti la tradizione la descrive come una maga dotata di poteri divini. Quando l’eroe Giasone arriva nella Colchide insieme agli Argonauti durante la sua avventura alla ricerca del Vello d’Oro, Medea se ne innamora perdutamente. Ella strumentalmente pur di legarlo a sé ne diviene la complice e per aiutarlo a raggiungere il suo scopo quasi fondendosi con i suoi scopi giunge ad uccidere il proprio fratello e a tradire il padre. Lasciandosi dietro le rovine del regno natio Medea si imbarca sulla nave Argo insieme a Giasone, divenuto suo sposo, dimenticando apparentemente le sue origini e divenendo un tutt’uno con lo sposo. Gli Argonauti trionfanti tornano a Corinto recando il Vello d’oro e Medea ne condivide il trionfo insieme a Giasone.

Ma col passare del tempo risulterà vieppiù evidente che Medea non si integrerà mai nella nuova patria, rimanendo una straniera e conservando segretamente le abitudini del suo selvaggio paese di origine. Giasone col tempo diverrà insofferente della moglie-maga: “Basta con quegli intrugli di erbe e con quelle pozioni soporifere, smettila di invocare la luna e disturbare i morti, tutte queste cose, qui le odiano e anch’io, si, anch’io le detesto! Non siamo nella Colchide, ma in Grecia, fra creature umane, non mostruose”. Pian piano nella coppia si apre uno iato sempre più profondo e cresce una incomprensione tale da far persino dubitare della fusione passata di scopi e passioni. Inoltre la vita va avanti creando nuove occasioni per approfondire lo iato ingravescente che separa i due coniugi che non si capiscono e non si accettano più dopo l’idillio iniziale.

All’ebbrezza dell’avventura del Vello d’oro fa seguito un tran tran quotidiano sempre meno sopportato dai coniugi: ognuno per ragioni diverse. Sembra quasi che le condizioni della grande passione amorosa iniziale siano evaporate e che quella breve stagione sia dimenticata e divenuta oramai quasi incomprensibile agli straniti protagonisti. Creonte re della città di Corinto, vuole dare sua figlia in sposa all’eroe Giasone, dando così a quest’ultimo la possibilità di succedergli al trono. Giasone seguendo la sua smisurata ambizione accetta, ripudiando Medea.

L’offesa è devastante, Medea si dispera, implora Giasone, ma questi resta indifferente. Grande è la disperazione di Medea cui fa seguito un freddo rancore. Infatti, constatata l’indifferenza di Giasone, Medea medita una tremenda vendetta ed inizia a pianificarne le mosse. Medea ha un fortissimo orgoglio, che le impedisce di chiedere aiuto, di ascoltare i consigli o anche solo di sottomettersi alla volontà altrui accettando dei dati di fatto sia pur sgradevoli. Così, fingendosi rassegnata agli eventi, Medea invia in dono un mantello alla sposa di Giasone, la giovane Creusa, la quale, non sapendo che il dono è intriso di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre di lei, Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello morendo di lì a poco orribilmente.

La vendetta di Medea è ancor più terribile. Infatti i figli diventano l’oggetto più adatto a perpetrare la vendetta contro l’uomo che l’ha tradita, poiché tramite i figli si colpisce Giasone come padre, lo si priva del patrimonio fondamentale per l’uomo dell’antichità, la propria stirpe. Medea per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i propri figli portando così Giasone, annullato completamente nella sua dimensione di uomo antico, al suicidio, poi ella fugge trionfante sul carro del sole lasciando dietro di sé solo rovine e dolore. Il figlicidio come estrema alienazione permette di cogliere meglio la natura intrinsecamente distruttiva e la intrinseca nocività per la prole delle forme comuni ed anche “moderate” di alienazione parentale che pur non coinvolgendo l’uccisione del bambino, comprendono comunque seri danni alla salute presente e futura dello stesso.

Dopo quasi 500 anni il tema tragico della vendetta della donna-maga (in termini contemporanei borderline, paranoide, narcisista) che si sente tradita nei propri sogni ed ambizioni è sempre attuale e sentito, tanto che in epoca romana Seneca riterrà il tema meritevole della sua attenzione. Nella nuova versione di Seneca rappresentata a Roma fra il 61 e il 62 d.c. Medea in modi ancor più efferati inizialmente uccide uno solo dei due figli per ammazzare il secondo direttamente davanti agli occhi del padre: emerge in questa rappresentazione anche la tematica abortiva. Medea afferma “se qualche creatura si nascondesse ancora nel mio grembo, mi frugherò le viscere e la estrarrò col ferro” .

Infine Medea anche in questa versione fugge “trionfante” a bordo del carro del Sole (è la condotta rubricata da Kernberg come “trionfo narcisistico”) lasciando dietro di sè solo dolore e macerie morali. Medea, giunta ad Atene, dopo un nuovo matrimonio ed altre ripetitive complicate e distruttive peripezie sentimentali tornerà nella natìa Colchide, dove si ricongiungerà e si riappacificherà con il padre Eete rientrando pienamente nella sua natura originaria di maga di un paese selvaggio da cui si era solo temporaneamente allontanata durante la sua corsa avventurosa segnata da matrimoni con eroi e principi e da una scia di dolore e devastazione affettiva.

La PAS da Napoleone alle suffragette

Oltre alle fonti più antiche nella tragedia greca e romana, molto più vicino a noi è possibile rilevare segnalazioni di situazioni in cui sono presenti le componenti più tipiche della PAS nel corso dell’800. Laurence Stone (1993) illustre storico del matrimonio e del divorzio inglese, presenta in uno dei volumi componenti la sua quadrilogia su matrimonio e divorzio nell’Inghilterra dal ‘500 all’800 la riscostruzione rigorosa delle norme e degli orientamenti della magistratura in alcuni casi giudiziari cruciali.
Infatti un dato rilevante consiste nella correlazione della configurazione della sindrome della PAS con il sistema giuridico e l’apparato giudiziario di una certa epoca storica. Tra l’altro ciò si correla significativamente con il genere del genitore alienante: nelle società che privilegiano il padre, il genitore alienante è tendenzialmente il padre, mentre nelle società che privilegiano la madre, il genitore alienante è la madre, in entrambi i casi ciò si realizza stante un ben determinato orientamento favorevole a priori del sistema giudiziario, o anche sulla base delle prassi ed usi di chi decide in una data epoca e in una data società.

Tra il ‘700 e l’  ‘800 nell’Inghilterra imperiale prevaleva una subordinazione totale della donna ai mariti sia sul piano teorico, legale e quotidiano persino più pesante di quella dei paesi musulmani. Tale dominazione era mitigata solo dall’intelligenza e dalle capacità di resistenza di alcune donne e da un’eventuale attitudine magnanima e di larghe vedute di alcuni mariti. Tra l’altro le donne perdevano – separandosi – tutti i contatti coi figli salvo la benevolenza dell’ex-marito, e perdevano anche i loro beni che continuavano ad essere gestiti dall’ex-marito.

Attraverso la lettura degli atti di causa e di epistolari Stone (1993) ricostruisce il sofferto divorzio tra la marchesina Emily Cecil di Salisbury e suo marito l’irlandese George figlio di Lord Nugent conte di Westmeath. La nobildonna sposatasi nel 1812 ebbe una figlia nel 1814, ma i coniugi si separarono già nel  1818.

In particolare la marchesa rimproverava già appena dopo la nascita della figlia la frequentazione del marito con una amante irlandese da cui già ai tempi del servizio militare aveva avuto un figlio e con cui aveva, durante il matrimonio con Emily, generato un altro figlio illegittimo. Nel 1815 le relazioni coniugali peggiorarono al punto che un nobile amico di famiglia Henry Widman Wood organizzò una riconciliazione in cui il conte si impegnava a non frequentare più, ne’ ad avere contatti di sorta con l’amante da cui aveva avuto oramai due figli non riconosciuti. Ma nell’estate del 1817 Emily lasciò definitivamente il marito portando con sé la figlia Rosa ed iniziando le complesse procedure per il divorzio sulla base di una asserita crudeltà e brutalità dello stesso conte che si sarebbe sostanziata nella richiesta di pratiche erotiche che la nobildonna riteneva disdicevoli per una signora e per il fatto di averla una volta sculacciata nel corso di un attacco d’ira durante un litigio coniugale. Ma nei mesi successivi il conte scrisse ad Emily una serie di lettere d’amore toccanti ed appassionate in cui esprimeva la sua profonda sofferenza per la decisione della moglie. Anche i Salisbury genitori di Emily si opponevano al divorzio. Si giunse dunque coi buoni uffici di Wood ad un nuovo accordo che prevedeva una ripresa della convivenza e dei rapporti sessuali a fronte di un impegno anche economico del conte nei confronti della moglie e della figlia qualora si fosse comunque arrivati ad un divorzio. Il conte garantiva preventivamente ad Emily la collocazione, custodia e pieno controllo della figlia Rosa, oltre al completo mantenimento economico della stessa in caso di futura separazione. Ma nel corso della seconda inaspettata gravidanza di Emily i rapporti peggiorarono e nel maggio 1818 Emily e George iniziarono a dormire in letti separati. La situazione precipitò entro breve tempo ed i coniugi si separarono di fatto, pur restando il conte ad abitare nelle medesima abitazione.

La marchesa Emily Cecil Westmeath era una cara amica d’infanzia del duca di Wellington che era palesemente preso da questa affascinante e orgogliosa giovane donna, sua lontana cugina, da poco separata al punto di essere sfidato a duello, lui l’eroe di Waterloo, dal conte George Westmeath gelosissimo della sua ex-moglie, o apparentemente tale forse al fine di creare l’impressione pubblica che potesse esservi una relazione amorosa tra la ex moglie ed il famosissimo duca al fine di trarne un vantaggio in corso di causa di divorzio attualmente o in futuro. Wellington si profuse in scuse evitando il duello che lo avrebbe visto disdicevolmente troppo in vantaggio sullo sfidante. Il conte George comunque anche in altre successive occasioni ebbe a litigare anche in pubblico col duca per la sua frequentazione di Emily. Il duca, di poche parole, peraltro con molto aplomb sostenne che Emily era separata e quindi poteva frequentare chi voleva senza il preventivo assenso dell’ex-marito.

A margine di questa insistita costruzione il conte nel 1818 intentò causa ad Emily per ottenere la collocazione di Rosa e del bebè maschio presso di sé. Il giudice Lord Eldon decise a favore del padre collocando presso di lui entrambi i minori. Il conte George dopo aver portato i bambini in Irlanda cessò di corrispondere ad Emily gli alimenti.

Ma nell’estate 1819 il maschietto morì per un idrocefalo, nel momento della tragedia il padre, forse anche oberato di sensi di colpa per la perdita del figlio maschio, acconsentì che la piccola Rosa, di salute precaria, tornasse a Londra con la madre sia pur con una governante di fiducia del conte al seguito. Ma ai primi del 1820 il conte si convinse di un tentativo di alienazione della figlia Rosa da lui, ritenendo la moglie impegnata ad “.. avvelenare la mente della bambina contro di me”. Così, inaspettatamente, il 12 marzo 1820 la governante prese Rosa e la riportò al domicilio paterno in Irlanda. Emily si rivolse alla giustizia immediatamente richiedendo la collocazione della minore presso di sè, ma il giudice Lord Dallas seguì l’antica prassi di stabilire che il padre aveva titolo in punto di diritto alla custodia della figlia. Così la bambina restò col padre in maniera definitiva.

La marchesa Emily Cecil era ora sola e disperata a Londra, ma poiché era in eccellenti rapporti con la prosperosa amante di re Giorgio IV, lady Conyngham, questa le procurò un appartamento a St.James nel momento del bisogno. Ma Emily Cecil era anche una intraprendente dama di corte molto vicina alla giovane futura regina Adelaide con la quale era in amicizia sin da prima del matrimonio col duca di Clarence poi re William IV dal 1830 quando succedette a Giorgio IV. Queste entrature aiutarono molto Emily ad incidere nel tempo sull’ordinamento, ma risultarono inutili ai fini più immediati dei rapporti con la figlia Rosa.

Tale circostanza ben mostra quanto il tema dell’alienazione parentale in corso di aspri divorzi da sempre metta in seria difficoltà anche persone benestanti e persino assai ben introdotte nelle stanze del potere. Solo la tenacia della marchesa e le sue potentissime entrature a corte porteranno dopo lunghi anni di sofferenze e strenue lotte a modifiche ordinamentali di portata storica, ma ciononostante nulla potè impedire l’alienazione dalla figlia che – affidata per sempre al padre – si rifiutò sempre di incontrarla e le scrisse dopo anni solamente una lettera fredda e formale soggiacendo meramente agli obblighi della buona educazione dell’alta società al momento in cui decise di sposarsi ed era dunque tenuta ad informare e a chiedere un permesso per convolare a nozze anche alla madre almeno per salvare la forma.

Ma nell’800 anche i borghesi erano possibili vittime dell’alienazione parentale. Ad esempio nel 1827 nel divorzio dei coniugi Ball nella circoscrizione di Canterbury  il padre della minore descrive il tentativo della moglie di alienare la figlia da lui cancellandone l’affetto (Times, Londra, 7 agosto, 1827).

Neppure il Nuovo mondo è esente dalle asperità delle separazioni. Cinquanta anni dopo a New York  nella causa di divorzio tra i coniugi Guillot la madre dei minori accusa il marito di svalutare la sua figura coi bambini e di “intossicare” la loro mente mettendoli contro di lei (New York Times,  16 ottobre, 1877).

Sempre a New York nel distretto di Brooklyn in corso di divorzio dei coniugi Hyland la madre dei minori accuserà il marito di impedirle contatti coi figli “allo scopo di alienare il loro affetto da lei” (Brooklyn Daily Eagle, 29 agosto, 1883).

Ancora nel 1904 in corso di divorzio dei coniugi Carter che inizia nel Tennessee e poi prosegue nella circoscrizione di New York la madre accusa il coniuge di “aver sottratto il bambino e di metterlo contro di lei”, ed emerge come la famiglia paterna abbia stimolato un odio ingiustificato nel bambino sino ad indurlo a rifiutarsi di incontrare la madre (New York Tribune, 29 luglio, 1904).

Come si vede, sono principalmente, ma non esclusivamente, le condizioni storiche che prevedono pregiudizi a favore dell’uomo o della donna nel sistema giuridico vigente e nella prassi giudiziaria a rendere o il padre o la madre genitore attivamente alienante, mentre la eventuale psicopatologia individuale di un genitore e quella familiare coinvolgente la famiglia allargata per potersi esprimere in una forma di PAS richiedono un divorzio conflittuale impaludato in difetti del sistema giuridico e nelle disfunzioni dell’ amministrazione quotidiana della giustizia. Come si osserva nell’800 il genitore alienato è più spesso la madre in società in cui il ruolo del padre è preminente, mentre via via il padre diverrà la figura alienata più di frequente nel corso del ‘900.

I ruoli infatti si invertiranno progressivamente a seguito del progredire dell’emancipazione femminile ed al progressivo diffondersi nella seconda metà del secolo di una dottrina psicologica che indurrà vieppiù il grande pubblico del ‘900 a credere nell’esistenza di una qualche intrinseca superiorità della donna nell’allevamento dei figli nelle società cosiddette occidentali ribaltando così il modello, le prassi e gli usi, e l’orientamento giuridico prevalente dell’800.

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