Sindrome da alienazione genitoriale: una patologia della famiglia separata – Dott. Gianmaria Benedetti

logoIn questo breve articolo il dottor Gianmaria Benedetti, medico del Servizio di Salute Mentale Infanzia e Adolescenza della ASL di Firenze, analizza la sindrome di alienazione genitoriale sulla base della sua esperienza clinica.

“Non esistono indicazioni condivise sul miglior approccio terapeutico, ma viene sostenuta da molte parti, specialmente in America la proposta di collocare il bambino in un ambiente neutro (tramite ad esempio l’affidamento eterofamiliare), per un periodo più o meno lungo, dove esplorare meglio in modo controllato i rapporti con i genitori. Nella mia esperienza un simile intervento durato alcuni mesi, pur con bambini piccoli, non ha avuto le conseguenze negative da molti temute, ma ha permesso il ristabilimento dei rapporti.”

Fonte: Portale di neuropsichiatria infantile, psichiatria e psicoterapia

Sindrome da alienazione genitoriale: una patologia della famiglia separata

Io preferisco chiamarla “di amputazione genitoriale”, perchè dà meglio l’idea di che cosa sia, mi sembra. Si sta discutendo fra gli estensori della prossima edizione del DSM, se riconoscere ‘ufficialmente’ questa sindrome fra i disturbi mentali, di cui il DSM appunto si occupa. Vedi ad esempio qui o qui

( In America lo scopo del riconoscere una malattia ‘ufficialmente’ è anche economico assistenziale, perché solo le spese assistenziali per i disturbi (non si parla più di malattie) ufficialmente classificati sono rimborsabili dalle assicurazioni. Forse se va in porto la riforma sanitaria di Obama cambierà anche il DSM, con buona pace degli ‘scienziati’ di casa nostra….)

La S.A.G. dunque (o PAS, dall’inglese Parental Alienation Syndrome) è una vera e propria amputazione di un genitore dalla vita del figlio, operata dal figlio stesso che, nell’ambito di una separazione conflittuale fra i suoi genitori, a un certo punto rifiuta di continuare a vedere un genitore, come normalmente disposto dal giudice nell’atto di separazione coniugale. Si tratta sempre del genitore con cui non convive abitualmente, più spesso il padre ma talvolta anche la madre. Il genitore ‘preferito’ dice solitamente che non impedisce al bambino di vedere l’altro, anzi lo desidera, ma in realtà non fa nulla per favorire il contatto e lascia tutta la responsabilità al bambino. Nessuna meraviglia che il bambino sceglie la sua sicurezza e tranquillità amputando dal suo ambiente l’altro genitore.

In Tribunale
In questi casi i Tribunali, a volte dopo svariate CTU, danno incarichi ai ctu stessi o ad altri specialisti di intervenire per favorire la ripresa dei contatti fra il figlio e il genitore, il più delle volte, la figlia/ i figli con il padre, ma talora anche la figlia con la madre. Tali interventi sono spesso infruttuosi, si scontrano sovente con l’opposizione non solo del minore, ma dell’altro genitore e dei suoi avvocati, che spesso ricorrono a tutte le armi del mestiere per evitare quanto sollecitato dal giudice. Spesso sono in causa bambini piccoli, ma non sono infrequenti anche gli adolescenti. In questi casi, cioè di adolescenti, c’è lo spettro/auspicio dei 18 anni, dopo di che il figlio, adulto, è legittimato ad agire di sua volontà e non deve rendere più conto a Tribunali o altri servizi. Si sa poco perciò cosa succede dopo questa età.
Intervenendo in questi casi da un’angolatura imparziale, come è quella del ctu o dell’incaricato del Tribunale, salta all’occhio lo squilibrio della situazione. Accanto al figlio/figlia che non vuole vedere il genitore in questione c’è solitamente un genitore totalmente schierato dalla parte del figlio, a volte esplicitamente, a volte dietro un solo formale atteggiamento di collaborazione che spesso evapora come neve al sole in poco tempo.

Rifiuto e conflitto
Appare evidente in questi casi come il rifiuto del figlio sia un atto di intervento nel conflitto fra i genitori. In particolare un atto che prende su di sé in prima persona l’onere dello scontro, sostituendosi in pratica al genitore ‘alleato’ nel conflitto coniugale, e facendo passare questo in secondo piano. Si tratta in realtà di un conflitto che non è stato chiuso o sopito dalla separazione o dal divorzio, anche se formalmente avvenuti, ma che è sempre in atto ma trasformato in una vera e propria ‘causa’ fra figlio e genitore e mantiene coinvolta la famiglia in rapporti, negativi e conflittuali sì, ma pur sempre rapporti. In questo modo la separazione non può essere elaborata e superata, con la ripresa dell’evoluzione personale delle persone coinvolte, ma viene per così dire fissata stabilizzando i rapporti negativi tipici delle fasi calde della separazione, come in una negativa di fotografia dei tempi passati. Se sia in prima persona il figlio o un genitore, o addirittura entrambi i genitori a fare da primo motore in questo sistema è controverso e difficile da discernere, ma certo la famiglia è congelata per così dire in una situazione immodificabile e tutto ciò fa seguito a separazioni coniugali molto traumatiche.

Significato psicopatologico
Le persone in questa situazione apparentemente vivono una normale vita individuale, a scuola o sul lavoro o anche in un altro rapporto di coppia, ma non possono muoversi dalla situazione di stallo dei rapporti negati ma allo stesso tempo mantenuti. Quale sia l’evoluzione psicologica e della personalità del figlio non è conosciuto. Alcuni aspetti della sindrome la avvicinano alle sindromi fobiche: come in queste, infatti, se il figlio riesce ad evitare il contatto col genitore rifiutato sembra star bene e non aver problemi, mentre i tentativi di avvicinamento lo mettono in grande ansia. Tale somiglianza potrebbe indurre a inserire la sindrome nel prossimo DSM come ‘parentofobia’ o analogo termine.
Secondo molti la SAG è una forma di abuso emozionale del bambino da parte del genitore “preferito”, ma nessun tribunale finora ne ha sancito la colpa, sembra, non essendo l’abuso psichico facilmente documentabile.
Si potrebbe ipotizzare da un punto di vista diagnostico anche un possibile accostamento alla ‘folie a deux’, chiamata piu recentemente ‘disturbo delirante indotto’ e come tale incluso ufficilamente nel DSM’. Il figlio sarebbe in questo caso coinvolto in un vissuto delirante del genitore ‘preferito’ nei confronti dell’altro genitore. Si tratterebbe di un delirio per così dire ‘incistato’, limitato alla sfera delle relazioni nella famiglia distrutta, e non si manifesterebbe pertanto con disturbi più allargati alla sfera scolastica, lavorativa e sociale.

Approccio terapeutico
Non esistono indicazioni condivise sul miglior approccio terapeutico, ma viene sostenuta da molte parti, specialmente in America la proposta di collocare il bambino in un ambiente neutro ( tramite ad esempio l’affidamento eterofamiliare ), per un periodo più o meno lungo, dove esplorare meglio in modo controllato i rapporti con i genitori . Nella mia esperienza un simile intervento durato alcuni mesi, pur con bambini piccoli, non ha avuto le conseguenze negative da molti temute, ma ha permesso il ristabilimento dei rapporti. Anche gli interventi di ‘mediazione’ (fatti da specialisti incaricati dal Tribunale) hanno avuto successo, nella mia esperienza, quando però sono fortemente supportati dal Giudice per dare autorità all’intervento del mediatore. E’ necessario affrontare le paure del genitore ‘dominante’, che spesso, come si diceva, hanno valenze quasi deliranti simili a quelle di una sindrome post-traumatica. Di solito se questo genitore riesce a fare dei passi avanti i bambini mostrano molto meno problemi. Almeno finchè sono piccoli, prima dell’adolescenza.

PS: Controversie
Come visibile in altra pagina, (vedi Controversia sulla sindrome di alienazione genitoriale, o P.A.S.), vi sono polemiche e controversie sull’esistenza di questa sindrome. Sembra esservi uno schieramento negazionista che vede coinvolti specialisti, avvocati e genitori e usa anche, in qualche sito, toni e modi piuttosto aggressivi e arroganti.

Mi domando se molti negherebbero anche l’esistenza del fenomeno del ‘capro espiatorio’, o del ‘mobbing’, tutte situazioni di gruppo che possono produrre conseguenze molto gravi. Non sono ‘malattie’, ma possono produrle , e possono indurre anche al suicidio, che non è una ‘malattia’, a sua volta, ma esiste lo stesso.
A mio avviso il termine ‘sindrome di alienazione genitoriale’ serve a richiamare la possibilità di un certo tipo di dinamica di gruppo nei membri della famiglia separata, che può condizionare i comportamenti. Non certo a definire una ‘malattia’, che in medicina è tale solo se ci sono reperti a livello patologico, di organo, tessuto, microscopico, ecc, di malfunzionamento di una funzione biologica e relative conseguenze anatomiche.
Da questo punto di vista gran parte delle malattie mentali non sono ‘malattie’, non hanno un corrispettivo anatomico istologico ecc. dei sintomi, vengono infatti definite ‘disturbi’, dove a volte non si sa chi disturbi e chi venga disturbato, se la quiete pubblica o l’ordine costituito, ecc ecc.

dr Gianmaria Benedetti

Fonte: Portale di neuropsichiatria infantile, psichiatria e psicoterapia

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