Separazione e conflitto genitoriale dal punto di vista dei figli – Tiziana Magro, Università di Padova

Per i figli la separazione rappresenta, così come per i genitori, un’esperienza di perdita e di lutto; il minore coinvolto è chiamato ad elaborare il lutto della frattura familiare e a ridefinire i rapporti con i genitori, che dal momento della separazione possono scaricare su di lui attese e modalità relazionali di differente tipologia ed entità.

Fonte/Credits: slide presentate al convegno “Non lasciarmi!” 6 dicembre 2013, Udine

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LA SEPARAZIONE ED IL CONFLITTO GENITORIALE DAL PUNTO DI VISTA DEI FIGLI

Risulta doveroso fare una premessa fondamentale: non si può considerare l’evento separativo come causa di eventuali manifestazioni psicopatologiche e/o di disadattamento sociorelazionale, poiché, come sostiene Cigoli (et al., 1997), per i figli risultano fondamentali la qualità e le caratteristiche delle relazioni che si strutturano tra i vari membri della famiglia a seguito della separazione piuttosto che l’evento separativo in sé. Risulta impossibile stabilire preventivamente se e quali saranno le conseguenze di un evento separativo sui figli. Ricerche in questo campo hanno individuato alcune variabili importanti per comprendere le pos- sibili manifestazioni di disagio dei minori:
– l’età dei minori
– la qualità dell’investimento affettivo verso le figure genitoriali
– la presenza o meno di figure protettive
– aspetti caratteriali e personologici del bambino e di ciascun genitore,
– il modo con cui i genitori gestiscono la situazione prima, durante e dopo la separazione.

Tra le variabili situazionali e relazionali troviamo la conflittualità tra i genitori ma anche la qualità dei rapporti tra i singoli genitori e il figlio. Sempre più spesso capita che, all’interno delle separazioni conflittuali i genitori rivendichino il diritto di tutela e benessere dei figli privandoli
della relazione continuativa con l’altro genitore. La limitazione o l’interruzione dei rapporti con uno dei due genitori può avvenire con diverse modalità e le conseguenze che ne derivano hanno effetti non solo sullo sviluppo dei figli ma anche sui genitori stessi; in questi contesti familiari accade sempre più spesso che un genitore istighi i figli contro l’altro, disapprovando, biasimando e denigrando quest’ultimo con motivazioni deboli e non giustificabili.

Nei casi più gravi, la limitazione o la sospensione del diritto del minore alla bigenitorialità si verifica attraverso
-l’Alienazione Parentale (PA)
– denunce di abusi sessuali e/o maltrattamenti, per la maggior parte delle volte mai avvenuti.

Questo fenomeno ha dato avvio ad un ampio dibattito nella comunità scientifica. Si deve a Richard A. Gardner il tentativo di sistematizzazione teorica sulla condotta relazionale familiare disfunzionale, alla quale dette il nome di “Sindrome di Alienazione Parentale (PAS)” e divenuta fonte di accese dispute. Al di là della specifica posizione di Gardner e delle controversie nominalistiche sui modi di definire il concetto e le dinamiche in cui i figli provano ostilità e rifiuto nei confronti di un genitore, quando in precedenza i rapporti non evidenziavano particolari difficoltà, il fenomeno relazionale esiste. Comunque, il termine PAS viene riportato in Google Scholar ben 2.280 volte dal 1994 ad oggi e, in EBSCO Host e PsychInfo (BIDS) sono presenti 185 articoli dal 2000 al 2013, di cui solo 11 di questi si esprimono criticamente. L’Alienazione Parentale (PA) non corrisponde ad una “diagnosi” ma ad una valutazione complessiva del funzionamento familiare e, come tale, si giova di un approccio multidimensionale in una prospettiva sistemica. Il fenomeno viene riferito ad un grave problema comunicativo che un genitore separato e la sua famiglia di origine mettono in atto nei confronti dell’altro genitore, denigrandolo e svalutando la sua immagine direttamente o indirettamente di fronte al proprio figlio e inducendo il rifiuto ingiustificato del bambino verso il genitore alienato (Johnston, 2003; Johnston, Walters e Olesen, 2005; Baker, 2007; Baker e Darnall, 2007; Morrison, 2007; Gulotta, Cavedon e Liberatore, 2008; Cavedon e Magro, 2010; Baker e Chambers, 2011; Avitia, 2012; Hands e Warshak, 2011; Lavadera, Ferracuti e Togliatti, 2012; Suárez, 2011). La quasi totalità degli articoli scientifici mette in risalto gli effetti dannosi per il bambino e per il rapporto genitore-figlio, nel momento in cui si
assistesse al fenomeno relazionale di Alienazione Parentale. Vengono sottolineati la modalità relazionale e lo stile genitoriale disfunzionale, i quali tendono in modo persistente e duraturo a voler eliminare psicologicamente, affettivamente e praticamente l’altro genitore dalla vita del bambino.

Gli effetti dipendono -dall’età del figlio e dalla fase di sviluppo attraversata -dalla variabile tempo che il minore trascorre in tali condizioni (valutazione del conflitto pre e post separazione) -dalle modalità utilizzate per impedire l’accesso all’altro genitore e dall’intensità con cui viene perseguito lo scopo dal genitore alienante -dalle risposte (se possibili) del genitore alienato L’impatto dell’alienazione, comunque, non è mai benigno perché coinvolge manipolazione, rabbia, ostilità e malevolenza, a prescindere dal fatto che il genitore programmante ne sia più o meno consapevole.
Ciò che si ottiene sui figli è sempre un grave lutto di una parte di sè. Alcuni figli continuano a sperare nella riunione dei genitori e, nei casi di alienazione, si assommerà a ciò la vergogna per aver volutamente perso un genitore. Quando i ragazzi alienati ricostruiscono l’accaduto e lo disvelano a se stessi, finiscono per escludere anche il genitore programmante, rischiando una seconda perdita.
Questi ragazzi presentano talvolta dei disturbi dell’identità, sovente della sfera sessuale, e sono più vulnerabili alle perdite e ai cambiamenti; regrediscono a livello morale e continuano a operare anche oltre l’adolescenza una netta dicotomia tra “bene” e “male”. Sul futuro del minore alienato pende poi rischio di andare incontro a comportamenti socialmente devianti, specie se si considera che il genitore più frequentemente alienato è il padre; al proposito, le statistiche sul disagio giovanile sono eloquenti. La letteratura scientifica riporta l’esistenza di conseguenze indirette gravi, osservate in soggetti che hanno subito un’alienazione parentale, come l’emergere di difficoltà scolastiche e comportamentali (Godbout e Parent, 2012). Vengono osservate forme di infantilizzazione, adultizzazione e invischiamento con la famiglia alienante (Garber, 2011).
Alcune ricerche rilevano depressione in età adulta (Denollet, Smolderen, van den Brock e Pedersen, 2007), problemi nelle relazioni affettive in coloro che hanno subito un’alienazione parentale (Carey, 2003; Ben-Ami e Baker, 2012). Altri autori invece hanno osservato la presenza di disturbi di personalità, come il disturbo borderline basato su meccanismi di identificazione proiettiva (Gordon, Stoffey e Bottinelli, 2008) ed il disturbo narcisistico di personalità in genitori alienanti (Baker, 2006). Lubrano, Lavadera e Marasco (2005), in una ricerca che si è proposta di evidenziare le caratteristiche delle famiglie separate per le quali una consulenza tecnica giudiziaria ha messo in luce il fenomeno dell’alienazione, rilevano che i minori coinvolti mostrano più frequentemente problemi di identità, dimostrano la costruzione di un Falso Sé, hanno problemi nelle relazioni, usano comportamenti manipolativi e scarso rispetto per l’autorità, presentano distorsione della realtà familiare, svalutazione delle figure genitoriali, maggiore senso di abbandono e un’affettività conflittuale e ambivalente. Ben-Ami e Baker (2012) hanno esaminato, in un campione di 118 interviste, le correlazioni psicologiche a lungo termine verificatesi in soggetti che hanno vissuto l’esperienza dell’alienazione genitoriale, Il loro studio ha concluso che esiste una associazione assai significativa tra la percezione dell’esposizione all’alienazione genitoriale in giovane età e una bassa autoefficacia, maggiori indici depressivi, una più bassa autostima e stili di attaccamento insicuro in età adulta, rispetto alle situazioni di separazione non conflittuali.

Alienazione e DSM5

Nel DSM5 l’Alienazione Parentale non è stata inserita con la nomenclatura più conosciuta e criticata di PAS, ma con una locuzione diversa: “problemi relazionali figlio/genitore” (già presente nel DSM IV); è stata integrata con una discussione che spiega che tali problemi “possono includere attribuzioni negative verso l’altro, ostilità o uso come capro espiatorio, e sentimenti ingiustificati di estraniamento”. Questa è una descrizione che può essere assimilabile al modo in cui un figlio vede il genitore alienato, ovvero, il figlio attribuisce intenzioni negative a quasi tutto quello che il genitore alienato fa; il figlio biasima il genitore alienato trattandolo come capro espiatorio in ogni possibile circostanza; il figlio fa esperienza di ingiustificati sentimenti di ostilità e atteggiamenti negativi verso il genitore alienato.
Il DSM5 propone due nuove importanti indicatzioni che possono essere usate dai professionisti e dai consulenti forensi nei casi di PA.

La prima è denominata “child affected by parental relationship distress” che va usata quando “il focus dell’attenzione clinica è l’effetto negativo della relazione genitoriale (ad esempio alti livelli di conflitto, stress o denigrazione) sul figlio nella famiglia, inclusi effetti su disturbi mentali o fisici del figlio“. (Questa è una buona descrizione di come nasce l’alienazione) La seconda è riferita l’abuso psicologico infantile (child psychological abuse) che viene definito come “atti non accidentali verbali o simbolici di un genitore o caregiver che causano, o hanno la ragionevole probabilità di causare, un significativo danno psicologico al bambino”. In molti casi il comportamento del genitore alienante costituisce un abuso psicologico infantile. Se si prendono in considerazione questi quadri è chiaro che il DSM5 rappresenta un grande progresso rispetto alle precedenti edizioni del DSM per quanto riguarda identificazione, classificazione e «diagnosi» dell’alienazione parentale. Alcune tattiche dei genitori alienanti entrano nella descrizione del disturbo di Münchausen per procura come “falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici, o induzione di danni fisici o malattie in un altro”. Il disordine psicotico condiviso, o “follia a due”, ora comprende “nel contesto di una relazione, i contenuti paranoidi del soggetto dominante provvedono contenuto per le idee paranoidi dell’altra persona”. Ciò descrive la condizione dei bambini alienati, plagiati fino a credere alle paranoie dei genitori alienanti. Il contesto generale in cui si sviluppa la situazione va valutato con attenzione. La proposta non vuole essere né univoca né esaustiva e ogni professionista potrà arricchirla e modificarla sulla base delle proprie competenze e delle teorie di riferimento.

UNA PROPOSTA OPERATIVA

– separazione molto conflittuale – dinamiche legate alle famiglie d’origine
– vulnerabilità del bambino coinvolto nel conflitto genitoriale
– credenze e comportamenti dei genitori
– separazione umiliante
– storia di intenso conflitto coniugale
Approfondimento sul bambino
– sentimenti di abbandono sperimentato nei confronti del genitore bersaglio
– valutazione accurata dei pattern di attaccamento nei confronti di entrambi i genitori, e in particolare rispetto a quello alienante
– personalità e temperamento
– capacità cognitive
– comportamento osservabile rispetto al genitore bersaglio
– relazioni del bambino con il genitore bersaglio (dal periodo precedente l’inizio della campagna alla situazione attuale)
– motivazioni portate per evitare l’accesso (futili, robotizzate, ecc.)
Approfondimento sui genitori
– risposta del genitore bersaglio ai tentativi di alienazione
– comportamento, comunicazioni verbali e non del genitore alienante, risposta ai tentativi di accesso del figlio all’altro genitore
– gravi carenze parentali
– presenza di psicopatologia che interferisce con cure parentali e funzionamento familiare
– stile genitoriale

Rispetto ai genitori, si deve prestare attenzione a ciò che è il mutuo investimento e il coinvolgimento nel crescere congiuntamente i propri figli. Attraverso i colloqui è importante identificare i segnali di collaborazione e di disponibilità o, viceversa, le difficoltà effettive rispetto al diritto/dovere dell’altro a partecipare alla cura, alla crescita e all’educazione dei figli. A tale fine occorre individuare in ciascun genitore la presenza/assenza di indicatori legati alle capacità di comprendere ed elaborare il problema della continuità e della stabilità del ruolo genitoriale, che unisce entrambi e perdura oltre e nonostante la separazione, di capire quali debbano essere i comportamenti che servono a promuovere un senso di integrità familiare e supportiva. Bisogna ancora individuare la disponibilità di assicurare al figlio l’accesso all’altro genitore (“criterio dell’accesso”) (Cigoli, 1988; 2001) e, con lui, alla sua stirpe ed alla sua storia relazionale. Per quanto riguarda le figure genitoriali, viene ribadita anche l’importanza di valutare il loro modello di attaccamento.

Approfondimento sul sistema famiglia
– Relazione tra genitori e figli (diadica e triadica).
– Risultanza complessiva del modello di attaccamento.
– Funzionamento globale del sistema famiglia verso l’interno e l’esterno.
Esaminati questi dati, si procede alla concordanza di tutti gli indici risultanti dalle indagini di approfondimento sopra suggerite, anche con eventuali altri elementi risultanti, ad esempio, dalle relazioni dei Servizi Sociali o dalle osservazioni svolte in spazi neutri.
Si valuteranno poi le risultanze ottenute rispetto agli indicatori e ad altre categorie emerse atte a descrivere il fenomeno relazionale dell’Alienazione parentale.
Concordanza degli indici

MODALITA’ DI INTERVENTO

Bisogna premettere che la variabile tempo di intervento è lo strumento indispensabile. Gli interventi sono possibili esclusivamente all’interno del contesto giuridico e peritale, e dovrebbero essere attivati su tutti i membri del nucleo, lavorando in rete con i professionisti ed i Servizi deputati. Intervento sui genitori L’intervento sui genitori (se non affetti da grave psicopatologia) si dovrebbe strutturare su diversi livelli.
Sviluppo di autoconsapevolezza di quanto sta avvenendo nella dinamica familiare. Intervento psicoeducativo (da trasformare poi in psicoterapeutico a seconda della fase di intervento in cui ci si trova): richiesta ad ognuno di modificare alcuni propri comportamenti ed atteggiamenti. Ridefinizione dei significati, introducendo punti di vista differenti e cercando di far nascere nuove letture nelle dinamiche relazionali, presenti e passate, della famiglia separata. Sviluppo di proposte operative da parte dei genitori per il raggiungimento di obiettivi condivisi. Dal punto di vista terapeutico bisogna tenere presente che la famiglia tende a ricostruire continuamente la realtà in ordine alle proprie esigenze, che i partner utilizzano una serie di attribuzioni di responsabilità che distorcono i dati reali al servizio della propria identità e della propria affermata correttezza. Se tale aspetto non venisse considerato si rischierebbe di trovare delle resistenze molto potenti nel processo di cambiamento che si intende operare.

Intervento sui figli
– Sviluppo di autoconsapevolezza di quanto sta avvenendo nella dinamica familiare.
– Intervento educativo e psicoterapeutico in chiave sistemica (possibilmente con due co-terapeuti) per arrivare ad una ridefinizione dei significati, introducendo punti di vista differenti.
– Sviluppo di proposte operative che prevedano, in accordo con professionisti e genitori, l’avvio del riavvicinamento anche predisponendo degli incontri.
Genitore alienante
La presa di consapevolezza dei comportamenti alienanti
Le fonti da cui possono essere evidenziati i comportamenti alienanti:
– la narrazione dello stesso genitore
– le narrazioni emotive dei bambini
– l’osservazione diretta

L’intervento psicoeducativo deve – prevedere percorsi di genitorialità e di introspezione riflessiva e critica, individuali e congiunti, premessa alla ridefinizione dei significati allo scopo di introdurre l’idea di un nuovo equilibrio familiare;
– ridefinire i propri comportamenti di tutela dei figli (quelli che si credono tali);
– introdurre punti di vista differenti cercando di far nascere nuove letture (passate e presenti), individuando le differenti fasi incontrate e sottolineando le differenze nei significati dei comportamenti nei diversi tempi della storia della famiglia.
Infine la fase delle proposte operative da parte dell’alienante può trovare spazio dopo quelle precedenti. Il genitore alienante si trova dunque costretto a sviluppare proposte operative per facilitare la relazione tra alienato e figlio.

Genitore alienato
La presa di consapevolezza dei comportamenti per l’alienato è più complessa. E’ importante aiutarlo a comprendere le proprie emozioni (rabbia, dolore, frustrazione, incapacità di lettura, ecc.) e a meglio gestirle e strutturare un processo di autoosservazione. L’intervento psicoeducativo devono prevedere analoghi percorsi di genitorialità e di introspezione riflessiva e critica individuali e congiunti, atti a comprendere l’accettazione di tempi non in linea con le proprie aspettative (non possono però essere troppo lunghi) ed obiettivi graduali. Circa la ridefinizione dei significati diventa fondamentale che il genitore alienato impari a ragionare non tanto sui risultati ottenuti ma sui meta significati delle proprie azioni, in un ottica di flessibilità.
Anche la fase delle proposte operative da parte dell’alienato può trovare spazio dopo quelle precedenti.

I minori
Le “fatiche dei minori” all’interno di queste situazioni di separazioni conflittuali e con comportamenti ostativi all’accesso dell’altro genitore devono trovare un sostegno psicologico ed un supporto affettivo genuino da parte di entrambi i genitori. La presa di consapevolezza in merito alle caratteristiche dei genitori deve comprendere pregi e difetti, senza che vi sia la svalutazione di uno solo tra i due. La consapevolezza deve essere graduata sulle capacità emotive e cognitive dei minori, operazione non sempre facile. Avranno bisogno in primis di ricevere l’autorizzazione del genitore alienante (non quella verbale, spesso solo formalmente presente) e di mettere alla prova in molteplici modi il genitore alienato. L’intervento educativo e psicoterapeutico per arrivare ad una ridefinizione dei significati (attraverso i colloqui con il CTU e con il professionista incaricato) deve introdurre punti di vista differenti, legati anche alla realtà fattuale passata e documentabile e, soprattutto, a quella in atto sui nuovi comportamenti.

Sviluppo di proposte operative
Hanno inizio in assenza del genitore alienante e devono prevedere l’avvio degli incontri calendarizzati, anche se per un breve lasso di tempo, ma continui in presenza di operatori specializzati .

Fonte/Credits: slide presentate al convegno “Non lasciarmi!” 6 dicembre 2013, Udine  http://www.psicoattivita.it

 

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