Quando si supera il limite: PAS e pedofilia — Francesco Villa, Univ. Napoli

“Quando viene denunciato un abuso intrafamiliare qualcuno, sicuramente, ha varcato il confine.

Ma, chi ha varcato il confine?  Quale confine è stato varcato?

I confini fisici del corpo dell’altro e/o i confini psichici della mente dell’altro?

È uno dei due genitori che ha abusato sessualmente del figlio/a? (incesto) oppure è uno dei due genitori che sta abusando mentalmente del figlio alienando l’altro? (PAS)”

A dirlo è Francesco Villa (psichiatra, psicoterapeuta membro dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica Infantile, responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Età Evolutiva presso l’A.S.L. Napoli 1 Centro, docente presso la Facoltà di Psicologia della Seconda Università degli studi di Napoli, già Giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli e consulente tecnico d’ufficio nelle cause di separazioni e di sospetto abusi) in occasione del seminario tenuto presso la Provincia di Milano (Spazio Guicciardini) nell’aprile 2011.

Il testo completo è disponibile al link http://www.provincia.milano.it, da cui riproduciamo i punti salienti delle Conclusioni riguardanti le misure da prendere per proteggere i bambini:

Incontri congiunti con i genitori potrebbero essere utili nei casi lievi e moderati di Sindrome di Alienazione Genitoriale, in quelle situazioni in cui l’operatore sente che c’è ancora, anche se pur minimo, un margine al cambiamento ed uno spazio, anche se ristretto, per pensare.

Nel progettare il percorso ritengo sia molto importante valutare la variabile tempo.

Mentre generalmente una terapia che inizia non si sa bene quanto durerà questi interventi dovrebbero prevedere una durata che non superi i sei-otto mesi: se in questo arco di tempo l’assetto relazionale non cambia e non presenta alcuna modificazione bisogna legittimamente iniziare a pensare che questo strumento, in questo specifico caso, non funziona e, quindi, deve essere modificato e non protratto all’infinito.

L’attenzione alla variabile tempo è di fatto importante perché tendenzialmente in questi casi ci si potrebbe aspettare che prima o poi qualcosa cambi nell’assetto relazionale ma così si corre il rischio che l’intervento venga protratto per un tempo indeterminato. Il rischio è più alto se il progetto, consapevole o inconsapevole, del genitore alienante potrebbe essere finalizzato al congelamento dello status quo protraendo uno pseudo trattamento senza confini temporali che non modifichi di fatto gli assetti relazionali preesistenti. Una tale strategia paralizzante potrebbe essere messa in atto da una madre che, pur accogliendo la prescrizione di un percorso psicoterapeutico per il figlio, di fatto sostiene il progetto che nulla sostanzialmente cambi.

Così può accadere che psicoterapie iniziate per favorire il riavvicinamento padre-figli durino anni senza che niente realmente cambi nelle relazioni, cristallizzando di fatto l’alienazione.
Anche gli incontri facilitanti dovrebbero prevedere una progettualità limitata e definita nel tempo nell’ottica della liberalizzazione degli incontri.

Nelle forme gravi l’irriducibilità ad ogni pur minimo cambiamento sembra prevalere su tutto non essendoci la minima possibilità di accedere al pensiero. Queste condizioni, a mio parere, sono le uniche ad aver bisogno, inizialmente, di un “cambiamento catastrofico” nell’assetto relazionale della famiglia che si può ottenere solo con l’allontanamento del bambino dal nucleo familiare.

[…]

Un esempio emblematico: un padre è stato accusato di un sospetto abuso ai danni delle figlie. La madre nel frattempo lascia la casa coniugale in Lombardia e si trasferisce al sud presso la famiglia d’origine, portando con sé le figlie. Le indagini evidenziano l’infondatezza dell’accusa.

Essendo un caso molto grave suggerisco, nella mia relazione di consulenza tecnica d’ufficio, la possibilità di allontanare le bambine. Viene disposto dal giudice del Tribunale per i Minorenni il trasferimento delle bambine in una casa famiglia.
La madre ha continuato ad avere un atteggiamento irriducibile perché convinta che l’abuso si sia realmente verificato e continua a negare l’accesso al paterno sebbene in casa famiglia, poco alla volta, le figlie abbiano ripreso ad incontrare il padre.

Da un punto di vista penale viene accertata la responsabilità della signora di una falsa accusa e, quando i tempi sono stati maturi, il Tribunale affida le figlie al padre. Attualmente le ragazze vivono con il padre in Lombardia ed incontrano regolarmente la mamma. Ultimamente la sorella maggiore ha scritto una lettera al Magistrato del Tribunale per i Minorenni ringraziandolo per averla allontanata, perché la vita, con la mamma, era diventata impossibile.

[…]

In conclusione la Sindrome di Alienazione Genitoriale dovrebbe essere considerata una grave psicopatologia relazionale della famiglia che affonda le sue radici in un terreno psicotico che coinvolge più generazioni.

 

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