La PAS nella fiction RAI “Don Matteo”

In “Don Matteo 9” è stato incluso un episodio in cui per la prima volta la PAS viene presentata in una fiction italiana in modo verosimile e corretto. L’episodio in questione è andato in onda giovedì 20 marzo 2014 ed è intitolato “Il figlio conteso“.

La storia è inserita nel solito contesto giallo/commedia all’italiana che caratterizza la fiction, ma gli elementi di base sono interessanti, perché il fatto fondamentale – cioé che i bambini possono essere manipolati da un genitore – è riconosciuto come pacifico e scontato.

La storia comincia con un bambino (Paolo) che fugge e si rifugia presso Don Matteo perché dice “mi vogliono prendere”. Davanti ai carabinieri poi si scopre che chi lo vuole prendere è il padre che non riesce a vederlo da oltre un anno ed ha ottenuto l’affido da un provvedimento del giudice. Dalla lettura del provvedimento si viene a sapere che una perizia ha stabilito che il bambino è stato gravemente manipolato dalla madre e che odia il padre al punto da fuggire da lui. Ciò nonostante i carabinieri dicono che non possono costringerlo con la forza e il padre se ne deve andare. Poco dopo don Matteo viene aggredito alle spalle e dell’aggressione viene accusato il padre del bambino, che viene fermato senza prove.

A questo punto avviene il colpo di scena che mostra come l’idea della PAS di chi ha scritto la sceneggiatura sia sostanzialmente corretta. Essendo il padre temporaneamente in carcere il giudice decide di collocare il bambino presso una terza persona per toglierlo al controllo della madre e cercare di rimediare all’alienazione parentale. Come nuovo affidatario viene scelto proprio don Matteo che viene informato dall’assistente sociale che dovrà avere pazienza e servire da luogo neutro in cui il bambino potrà avere una “deprogrammazione affettiva”. Sorprendetemente questo termine, apparentemente troppo crudo, che fino  a pochi mesi fa nei talk show veniva proposto al pubblico ludibrio, viene invece presentato in una fiction di prima serata come soluzione ragionevole e praticabile. La vicenda poi si dipana in modo abbastanza prevedibile, ma ci sono altri interessanti dettagli  (forse presi da recenti casi di cronaca): ad esempio, il bambino di 10 anni mostra segni di infantilismo (non è capace di allacciarsi le scarpe) dovuti alla precedente assillante presenza della madre; ammette che il padre prima della separazione era il più forte, ma che poi è diventato cattivo “perché lo dice la mamma”. L’epilogo è altrettanto interessante:

Paolo, il bambino conteso, viene affidato alle cure di Don Matteo: è molto difficile per lui portare pace in quella famiglia, cercando di ricucire lo strappo tra il piccolo e i suoi genitori. Ma alla fine il sacerdote riesce nell’intento, facendo in modo che il piccolo si riavvicini ad entrambi i genitori, per poi andare a vivere col padre avendo la possibilità di vedere spesso la madre.[www.tvblog.it]

Per seguire i dettagli della vicenda si rimanda al video completo del sito RAI a questo indirizzo: link al player RAI.

Altre fonti:

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8 comments for “La PAS nella fiction RAI “Don Matteo”

  1. 25 marzo 2014 at 22:17

    Manco li cani!
    Come si fa a pensare di programmare e deprogrammare un bambino?
    Meglio le sberle che le violenze psicologiche.
    Lasciate che i bambini si affezionino alla mamma e pensino che il babbo sia cattivo, incapace, perditempo e con la testa tra le nuvole. A suo tempo si allontaneranno e capiranno che la mamma, per sua natura, è una grandissima stronza, ma non sarà l’unica stronza a cui si affezioneranno.

  2. batman
    21 maggio 2014 at 14:37

    Quello che lei non capisce, o non vuole capire, è che la violenza psicologica è stata già esercitata dal genitore manipolatore.

  3. 3 luglio 2014 at 00:35

    Quindi bisogna violentare il bambino una seconda volta per par condicio? Lo capirà a suo tempo che la mamma è stata una grandissima stronza, quando non gli farà più male.

  4. batman
    5 luglio 2014 at 20:27

    Senta. se lei avrà la sfortuna di avere un figlio in quelle condizioni, potrà adottare la soluzione che preferisce. Sui figli degli altri sono competenti la magistratura ordinaria, quella minorile e i loro ausiliari, che sempre più spesso decidono nel modo descritto nel telefilm di cui parla questo articolo.

  5. 22 agosto 2014 at 00:06

    Avere un figlio con una madre manipolatrice non è una sfortuna. E’ la vita. Sfortuna è avere un figlio che non ha una madre o che ce l’ha ma non può vederla e starle vicino perché le autorità competenti lo stanno deprogrammando affettivamente.
    La mamma è la mamma: attenta ai propri figli, protettiva, manipolatrice, grandissima stronza. Dovremmo essere grati alle donne per il fatto che si assumono, volenti o nolenti, il sacrificio di essere la metà stronza dell’umanità: sensibili alle insidie dell’ambiente, mal tolleranti il caldo, il freddo, gli spifferi, attente alle piccolezze a cui un uomo adulto non presta attenzione, sempre pronte a ficcare il naso dappertutto, capaci di qualunque maleficio pur di proteggere i propri figli. Qualità indispensabili per portare a termine la gravidanza e crescere i figli incolumi. Le donne che ne furono sprovviste non hanno avuto una lunga discendenza. Saranno stati fortunati i loro mariti? I loro figli saranno stati in ottime condizioni, liberi di rovesciarsi addosso la pentola dell’acqua bollente e di imparare dai propri sbagli?
    Il babbo deve fare il babbo. Ha sposato una stronza e le ha promesso di starle vicino nella buona e nella cattiva sorte. Se proprio non ce la fa a mantenere la promessa per sua esigenza o perché costretto dalle autorità, lasci che i propri figli stiano vicino al genitore di cui avvertono maggiormente il bisogno. Cerchi piuttosto di stimolare il loro intelletto. Un bambino intelligente e sensibile non crede a tutto quello che la mamma manipolatrice gli racconta, anche se le vuole bene e la predilige, e da grande non crederà a tutto quello che la società gli propone. Come può un padre chiedere alle autorità di fare reprimere l’affettività del proprio figlio e di farlo programmare come una macchina? Come può, nella guerra alla consorte, anteporre la vittoria di una battaglia alla sensibilità e all’affettività del proprio figlio?
    Proprio perché sempre più spesso gli ausiliari delle autorità competenti decidono nel modo descritto nel telefilm è importante parlarne e commentare, non limitandosi a considerare solo i problemi dei propri figli. E’ importante che non diventi una cosa ovvia che la magistratura decida di reprimere l’affettività di un bambino, di chiunque sia figlio, sottoponendolo ad una programmazione condizionante. I figli e i genitori vivranno meglio in un mondo popolato da esseri umani piuttosto che da persone represse nei loro sentimenti e ridotti a macchine.

  6. batman
    22 agosto 2014 at 07:22

    Lei è così sicuro che avere una madre che istiga all’odio per il padre, che fa vivere il figlio in una cappa di paranoia, sia una cosa tutto sommato normale e poco influente sull’equilibrio del figlio? E da dove le viene questa certezza? Ha per caso provato questa esperienza? Ha letto qualcuno degli oltre 600 studi accademici su questa problematica?
    Personalmente sono aperto ad ogni discussione e ad ogni confronto, ma per discutere bisogna in qualche modo argomentare…

  7. 16 settembre 2014 at 21:22

    Avere una madre, manipolatrice o meno, è molto influente sull’equilibrio di un figlio. Crescere consiste nel migliorare la propria conoscenza del mondo, dei rapporti tra le cose e tra gli esseri viventi, delle influenze e i condizionamenti che si ricevono dalle une e dagli altri, nel riconoscere le proprie esigenze e capacità e le limitazioni che queste subiscono dal contesto in cui si vive, nell’imparare a soddisfare le une e sviluppare le altre, liberandosi dalle influenze repressive e condizionanti. Alcune influenze sono più evidenti e facili da riconoscere, come quelle di una madre manipolatrice che istiga all’odio o fa vivere il figlio in una cappa di paranoia e cioè in un mondo di falsità che non corrisponde a quello reale. Altre sono più difficilmente riconoscibili, come quelle di una madre amorevole che elargisce affetto al marito e ai figli ed impone loro la propria visone limitata del mondo in maniera meno vistosa.
    Il figlio di una madre manipolatrice può raggiungere un perfetto equilibrio quando, crescendo, impara che volere bene a qualcuno non significa accettare le sue opinioni e assecondare le sue aspettative, che si può volere bene anche alle persone cattive, che non si ama per essere ricambiati. Capire e accettare che la mamma è cattiva è cosa difficile per un bambino, che rivolge ad essa la maggior parte della propria affettività e si sente da essa totalmente dipendente. Quando, crescendo, modificherà i propri affetti ed interessi, potrà valutare più lucidamente il proprio rapporto con la madre e le influenze da essa ricevute.
    I genitori possono aiutare i figli a crescere ma molto spesso non sono in grado di farlo. L’istruzione e gli educatori aiutano a crescere. Gli psicologi dovrebbero aiutare le persone a riconoscere le proprie esigenze e a sviluppare le proprie capacità, ad acquisire una maggiore consapevolezza delle influenze che ricevono dagli altri, a liberarsi dalla repressione, ma spesso preferiscono reprimere e condizionare, imporre modelli e metodi, costringere in forme definite ciò che non vi si può adattare. La maggior parte delle persone, indipendentemente dal fatto di avere avuto una madre manipolatrice o meno, non raggiunge affatto un equilibrio stabile.

    Argomentare? In oltre 600 studi accademici, se li ha letti, non ha trovato nessun argomento da riportare in questa sede per spiegare come si possa preferire reprimere l’affettività di un bambino invece di aiutarlo a crescere e portarlo a riconsiderare lucidamente i suoi rapporti con i genitori quando allontanarsi da essi non sarà più doloroso per lui.

  8. batman
    16 settembre 2014 at 21:31

    Grazie per il commento. Non capisco però qual è la sua opinione sul “che fare” in caso di madre o padre manipolatori che strumentalizzano il figlio, lo usano come arma del loro conflitto dopo la separazione.
    In caso di abusi fisici si procede all’allontanamento dal contesto in cui avviene la violenza. Che fare in caso di abusi psicologici gravi come la PAS? Questa è la domanda a cui dovrebbe rispondere chi vuole discutere di questo.
    PS: riguardo agli studi accademici che dicono o non dicono, le suggerisco di leggere questo articolo recentemente tradotto in italiano:
    http://separazionedivorzio.files.wordpress.com/2013/06/artwarshak-familybridges.pdf

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