Intervista a Pingitore: i danni ricadono sui figli – 13.11.2016

Pubblichiamo qui per assicurarne la massima diffusione un’intervista a Marco Pingitore rilasciata al sito dello Studio Cataldi che fa un bilancio complessivo sullo stato della tematica.

(www.studiocataldi.it) In America l’alienazione parentale ha iniziato ad essere studiata già dagli anni Ottanta. Ma in Italia si è entrati nel vivo del discorso solo qualche anno fa. L’alienazione parentale è un fenomeno psicologico che sorge durante la fase di separazione dei coniugi e che coinvolge tutti i membri della famiglia. Per saperne di più abbiamo approfondito il tema con lo psicologo cosentino Marco Pingitore, uno dei maggiori studiosi del settore che interagisce in un sito scientifico (www.alienazioneparentale.it) di nuova costituzione, insieme ad altri cinquanta accademici e professionisti.

Cos’è l’alienazione parentale?

«E’ la campagna denigratoria attuata, nel momento in cui interviene una separazione, da un genitore nei confronti dell’altro: come parlare male nel caso classico. Così il bambino inizia ad acquisire i pensieri del genitore “alienante” e li fa suoi. Si tratta di una serie di azioni denigratorie che portano il bambino a rifiutare il genitore “bersaglio”».

Da quando si è iniziato a parlare del tema?

«In America, a metà anni Ottanta, il fenomeno è stato approfondito da Richard Gardner, psichiatra. E da allora hanno cominciato a diffondersi le sue teorie. In Italia se ne discute dalla fine degli anni Novanta quando veniva definita “Pas”, sindrome da alienazione parentale che poi ha dato il via a numerose diatribe scientifiche che mettevano in dubbio che si trattasse di una sindrome e quindi non inserita nel manuale diagnostico di psichiatria. Da 4 o 5 anni si parla di alienazione come di un processo psicologico, alla stregua di fenomeni come mobbing o stalking, per cui non viene in mente di contestarlo».

Ci sono delle condizioni che possono essere terreno fertile per questo fenomeno?

«Sono varie le condizioni che si possono configurare: la separazione in corso, un conflitto dei coniugi. Diciamo che seppur ci sono casi in cui il genitore alienato, prima della separazione, aveva un bel rapporto col figlio o coi figli, è anche vero che lo stesso molte volte può presentarsi, rispetto ai figli, come un soggetto debole. Tra i due è il passivo, rassegnato o quello stesso a cui la separazione è stata addebitata e viene visto come la causa di tutti i mali della famiglia, il bersaglio. Non ha sesso l’alienazione parentale: solitamente è la figura materna che (di solito ottiene il collocamento dei figli) opera la denigrazione, ma ci sono tanti casi in cui si ritrova invece la donna nel ruolo di genitore “alienato”. Da un lato un genitore dominante e dall’altro uno rassegnato. Ci sono casi in cui i nonni del genitore alienante hanno un ruolo importante ed alimentano il conflitto, aiutando l’alienante a tenere per sé il bambino, a mantenere alla larga l’ex partner».

Lo scopo ultimo dell’alienazione parentale per il genitore alienante?

«Far cessare ogni rapporto con l’altro genitore. Il genitore che ha ottenuto il collocamento e affidamento si muove per ripicca. Tra l’altro il bambino si ritrova all’interno di un conflitto di lealtà e si domanda: “A chi devo dare ragione?”».

E quali effetti sui figli?

«Il bambino avrà danni potenzialmente importanti, anche a lungo termine. Come se fossero delle bombe ad orologeria. Bombe che possono scoppiare anche nell’adolescenza. Sicuramente si trova scisso tra due figure genitoriali in conflitto e, suo malgrado, si troverà schierato con uno dei due, con quello percepito come il più forte. E comunque si perdono di vista punti di riferimento. In tanti casi per comprendere le dinamiche che riguardano il bambino si mettono in essere consulenze tecniche, mediazioni. Nei casi più gravi il genitore alienante accusa l’altro di violenze sessuali nei confronti del bambino. Accuse create ad arte. Il genitore alienante ad esempio la madre dice : “C’è un motivo per cui mio figlio non vuole vedere il padre”. Anche qui l’accertamento dei fatti presuppone comunque e tempo ed esami prima di scoprire cosa sia realmente successo. E ci troviamo di fronte ad un procedimento penale (l’accusa di abuso e, parallelamente, ad un procedimento civile (la separazione). Quindi possono passare anni fino a che s’arrivi all’accertamento della verità e, intanto, il genitore accusato non ha visto il figlio».

Ci sono dei dati sul fenomeno?

«Attualmente no, ma stiamo lavorando ad una ricerca con diverse università coinvolte. Ma bisognerebbe andare nei tribunali per vedere quali casi ci sono, e non è detto che sia menzionata l’alienazione parentale».

C’è un riconoscimento dal punto di vista giurisprudenziale?

«Assolutamente sì. A partire dalla sentenza numero 7041 del 2013 della Cassazione, sul caso di Cittadella, che aveva negato la rilevanza scientifica, si sono susseguiti altri provvedimenti che hanno ribaltato le cose. Dalla Corte d’Appello di Brescia del 17 maggio 2013 a diverse sentenze dei giudici di merito, fino alla pronuncia della Suprema Corte n. 6919/2016 che ha stabilito che, a prescindere dalla validità scientifica della Pas, il giudice ha il dovere di accertarla (leggi in merito: “Cassazione: il giudice ha il dovere di accertare l’alienazione parentale”) e alla recentissima sentenza del Tribunale di Roma che ha condannato una madre al risarcimento di 30mila euro per avere ostacolato la bigenitorialità (leggi: “Paga 30mila euro di danni la madre che boicotta il padre”). Da segnalare anche sul tema, l’uscita, qualche giorno fa del libro “Alienazione parentale. Innovazioni cliniche e giuridiche”, che offre un confronto scientifico e metodologico (anche con punti di vista differenti) sul piano clinico e giuridico e fornisce a tutti gli addetti ai lavori spunti riflessivi e pratici su un tema ancora controverso nei tribunali d’Italia”.

Gabriella Lax

Fonte/Credits: http://www.studiocataldi.it/

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