Il conflitto di lealtà: un danno grave per la serenità del minore – Avv. Giorgio Vaccaro

AvvVaccaro«In troppe Consulenze di Ufficio ancora si legge “la litigiosità tra i coniugi rende impossibile disporre regole per la frequentazione dell’uno o dell’altro dei genitori” e così si consiglia di  pervenire alla “soluzione transitoria” di “affidare” i minori ai Servizi Sociali competenti per Territorio, “ALLOCANDOLI”  poi presso un genitore (quasi sempre la madre) per poi proporre, come panacea di tutti i mali, un “percorso” di facilitazione alla genitorialità ed  un calendario di frequentazione per l’altro.

Rimandando, per un tempo ignoto, la decisione definitiva sulla effettiva esistenza di “competenza genitoriale” (che non sia di pregiudizio all’interesse dello sviluppo del minore)  al compiersi di quel percorso immaginifico di consapevolizzazione personale, al quale ognuno dei due “separandi” è invitato, puramente e semplicemente.

Nel frattempo i figli restano a con-vivere presso un solo genitore, che “purtroppo” li potrà “arruolare silenziosamente” nella guerra contro l’altro.

Ma c’è di più, nei molti casi nei quali si riesce ad ottenere un “approfondimento” delle “qualità e delle dinamiche genitoriali” i risultati del lavoro dei periti sono difficilmente traducibili nel linguaggio della Giustizia.

La relazione Genitori-Figli non è infatti statica, ma si sviluppa nel tempo, sia nel bene che nel male.

Ed la “comportamentalità” dell’allocatario, che inchiodi il minore in atteggiamenti di ostilità nei confronti dell’altro genitore, renderà poi, nel tempo, anche quando la perizia potrà consentire una lettura delle dinamiche patologiche più chiara,  molto difficile una via di soluzione, perché il tempo trascorso avrà radicato modi di essere e linguaggi che, non sempre, potranno superarsi con semplicità, come insegnano recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto minori per i quali si è giunti a pronunciare la decadenza della “funzionalità” proprio del genitore convivente e dal quale  sono stati staccati con l’uso della forza.

Proprio per non ripetere gli errori che costellano i processi di separazione delle famiglie,  dove il Tempo è il grande alleato del “cronicizzarsi” di disfunzioni dannose per il minore stesso, il nodo centrale della Tutela del Minore coinvolto nel momento separativo, deve essere sciolto usando, tempestivamente, tutti i segnali di una “disfunzione genitoriale” che, anche se costituiscono materia prevalentemente psicologica, non possono non essere letti, con la dovuta immediatezza, anche dal Giudice all’atto della emissione del suo primo provvedimento.

Per altro proprio la Legge oggi impone al giudice di non fermarsi al fenomeno “esterno” della litigiosità per escludere una delle parti dal suo necessario coinvolgimento nella “responsabilità Bi-genitoriale”.

La litigiosità, o comunque  ogni forma di incapacità dei due “coniugi” a comunicare in modo sereno tra loro, è limite personale assolutamente diverso dalla competenza genitoriale e dal modo in cui ognuno dei due si potrebbe rivolgere al figlio.

La guerra patrimoniale, quella per l’immagine del se ferita ed offesa, devono e possono  continuare nel processo, perché è semplicemente senza senso e quindi senza alcun effetto, il precetto che voglia farla cessare sul presupposto pseudo-culturale della “immagine del buon genitore”.

Il metro per poter leggere un buon genitore, il metro che potrebbe essere usato sia in ambito di lettura comportamentale, che in ambito di giustizia, è quello della “considerazione e del rispetto dell’altro” come essenziale per un sereno ed equilibrato sviluppo del comune figlio.

Il comportamento da sanzionare immediatamente, e saremmo tentati di dire senza appello, è quello che tende ad escludere l’altro, dalla fruizione del figlio.

È un comportamento patogeno facilmente inquadrabile, viene considerato univocamente, dalla psicologia, come dannoso per la crescita del figlio e deve trovare sempre più in modo efficace non solo un ingresso, ma anche una “sanzione tempestiva” nel mondo del Diritto.

Diversamente, tutti i progressi portati a compimento con il rendere dettato normativo la BIGENITORIALITA’ (lex 54 /2006) resteranno lettera morta, ma quel che è più grave non si riuscirà, per l’ennesima volta a rendere la Giustizia, a chi non si può difendere, a chi non può parlare, al minore, appunto.

Questi, ancora una volta inascoltato, resterà incastrato nelle dinamiche degli adulti:

–      sia quelle di mamma e papà che, inconsapevoli, continueranno nella loro “collusione” di coppia, relegandolo inconsciamente a mera pedina del loro gioco

–      sia, ed è senz’altro più grave, nell’incapacità degli specialisti del Diritto e della Psicologia a fornire delle regole comportamentali, frutto delle sinergie di studio che sappiano porre un freno, che tuteli, nell’immediatezza il piccolo dagli “effetti dannosi” della perdita del rapporto di crescita con un genitore.

Riassumendo si può essere ottimi genitori, anche se la dinamica con l’altro è e resta CONFLITTUALE, si è sempre pessimi genitori (e si compromette la crescita del proprio figlio) quando si impedisca o non si faciliti il mantenimento di una relazione significativa con quel genitore che è uscito dalla casa comune.

Il mondo della Giustizia, quello dei precetti comportamentali, deve “assicurare ad entrambi i genitori” la fruibilità funzionale con i figli e nel caso di comportamenti tesi ad impedirla, “deve intervenire immediatamente” con la forza che gli è propria, quella della legge, per scongiurare il perseverare dei fenomeni di ablazione di una figura genitoriale.

Soprattutto ora che l’ordinamento si è dotato, quasi inconsapevolmente, di norme che possono assicurare il raggiungimento di questo “obbiettivo minimo”, ma che evidentemente, per la loro stessa novità filosofica stentano ad essere lette ed applicate dagli operatori della giustizia, com’è da dire nel leggere la ancora scarsa applicazione dei rimedi offerti dall’art. 709 ter cpc.

Nel difficile cammino dell’applicazione sul campo della nuova legge di modifica della disciplina della separazione e del divorzio, quella conosciuta dal grande pubblico come l’Affido Condiviso, che ha modificato i principi stessi dell’affidamento dei figli, l’ostacolo maggiore é stato quello della “poca duttilità” del mondo del diritto.

Nessuna riforma potrà mai avere successo se non preceduta da una “formazione specifica” di tutti i suoi operatori.

Ed in questo caso l’errore del Legislatore è stato quello di immaginare che un nuovo impianto strutturale, che coinvolge una generalità di aspetti come quello della BIGENITORIALITA potesse essere compreso ed applicato, così semplicemente, da chi mai ne aveva sentito parlare, prima di allora.

Nessuno potrà mai porre rimedio ai danni derivanti al minore da un affidamento sbagliato, né a quelli conseguenza di una ABLAZIONE agita della figura dell’altro, non contrastata per tempo, come per altro è stato da ultimo sottolineato da specifiche Sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’uomo.

Le storie dei nostri clienti sono un susseguirsi di racconti, di disagi e peregrinazioni inutili, per tentare di veder affermato un diritto, che é tale solo sulla carta, quello ad essere e rimanere un GENITORE.

La riforma dell’affido ha introdotto alcuni profili che sono ancora da leggere da parte dei Giudici così come degli avvocati, con una diversa sensibilità culturale prima che Giuridica, si veda ad esempio come con il 709 ter, vi sia in concreto il diritto ad ottenere il risarcimento del danno per atteggiamenti contrari all’interesse dei minori, alcune ottime diverse soluzioni, come la possibilità di modificare con immediatezza la stessa allocazione.

La sfida vera é quella con l’aggiornamento professionale, predisposto su di una base comune, quella psicogiuridica, per tutte quelle professionalità che si occupano della “crisi della famiglia” :  Giudici,  Avvocati, CTU ed Operatori dei Servizi Sociali, così da evitare il ripetersi di provvedimenti ciclostilati, disposti come con un “Timbro a secco” .

Se sarà possibile rendere realtà la cultura della “difesa della Bigenitorialità” sin dal primo momento (perché solo difendendo questa si consentirà al minore di non rimanere intrappolato senza salvezza nelle dinamiche ablative od in quelle simbiotiche) si potrà ottenere, in breve tempo, una qualità effettiva dell’intervento per la tutela del figlio che fornendo una risposta chiara e forte alla “famiglia in conflitto” renderà tutto il “contenzioso” meno radicabile nel suo successivo iter.

Nello studiare a tutt’oggi i provvedimenti provvisori ed urgenti si leggono solo delle “generiche raccomandazioni” all’allocatario affinché questi si impegni a consentire una fruizione equilibrata dei figli all’altro.

Nella crisi della famiglia sia questa fondata sul matrimonio, sia questa il frutto di una libera scelta ora entrambe di competenza del Tribunale Civile, la prima vittima è, e purtroppo resta (vista la scarsa applicazione di norme come il 709 ter) la possibilità per il figlio di fruire di entrambe le figure dei genitori.

La colpa del genitore allocatario che rende “anche solo difficile il rapporto di fruizione del figlio con l’altro” viene, ancora considerata nella generalità dei casi come una colpa lieve, quasi una comportamentalità a corollario della separazione dall’altro, della quale non preoccuparsi troppo.

Ma non è così.

In quel preciso momento il minore resta vittima di un vero e proprio “attentato” alla sua stabilità futura, da quel momento il minore viene inglobato in una “relazione distorta e disfunzionale” con il genitore allocatario.

Da quel momento nascono i temi del conseguente “conflitto di lealtà” che il minore si troverà a vivere quando il Giudice successivamente gli consentirà poi di potersi avvicinare anche all’altro

E’ bene non sottovalutare un tale aspetto, il peggior frutto di una genitorialità distorta che si possa immaginare.

Quando un comportamento di una mamma o di un papà impedisce al figlio (con scuse, con coinvolgimenti adultizzanti, con l’instillare la paura o il disprezzo dell’altro) di frequentare l’altro, il figlio vive questo impedimento non come una “cattiveria fra adulti” (perché per ogni figlio, e spesso anche ad età ormai adolescenziali, l’idea stessa di un genitore “cattivo” o meglio “inadeguato” non riesce a farsi strada) ma lo vive come una declassificazione del genitore che gli viene negato.

Il figlio in questione, nel caso che non intervenga immediatamente un provvedimento “cogente” che abbia a ristabilire l’equilibrio della fruizione di entrambi i genitori,  viene silenziosamente arruolato nel campo del vincente, ovvero di quel genitore che con successo gli stà impedendo di vedere l’altro.

Per giustificare a se stesso questa mancanza, deve quindi far proprie le “ragioni” del genitore ablativo.

Deve quindi, inconsciamente, condividere la scelta del genitore ablativo.

Cosicché quando dopo un lungo tempo “il diritto” tra un rinvio e l’altro, ottenuta l’acquisizione al processo della CTU, verificati i rapporti dei Servizi Sociali, potrà disporre un provvedimento che risulti obbligatorio per il genitore ablativo, il figlio privato del rapporto equilibrato di mamma e di papà, si sentirà da una parte preoccupato di ricostruire il suo rapporto con il genitore “vietatogli” e dall’altra se dimostrerà contentezza, sentirà inconsciamente di “tradire il genitore” che lo ha arruolato vittoriosamente nella sua guerra personale tra adulti.

Non è la guerra tra i genitori, per quanto possa essere violenta o polemica, ad essere la più grande fonte di dolore per i figli, ma proprio questo silenzioso mutamento delle “prospettive tra mamma e papà” quando l’uno è negato dall’altro e quando questo negare può mettere le sue radici perché non contrastato per tempo.

Ciò che non si è potuto assorbire dal genitore negato, nel tempo in cui era necessario resterà per sempre precluso ed il processo di crescita ne uscirà concretamente violato.»

 

Testo originale completo su http://www.studiolegalevaccaro.com/2013/03/il-conflitto-di-lealta

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1 comment for “Il conflitto di lealtà: un danno grave per la serenità del minore – Avv. Giorgio Vaccaro

  1. Maurizio
    9 marzo 2016 at 13:49

    Ho letto un buon testo che descrive bene un problema senza ovviamente delineare soluzioni che non possono essere a priori. Da padre informato dei fatti individuo il baricentro del problema nell’egoismo che pone al centro l’interesse ( sia economico che esistenziale ) della donna invece che del minore. Lo vedo da molti esempi, dalla sostanziale benedizione che le istituzioni danno alla sostituzione della figura paterna che la donna perpreta imponendo il suo nuovo compagno al figlio, in casa, nella quotidianità, al posto del padre relegato a “socio finanziatore” e destinato a diventare un vero e proprio fastidio nella gestione di una nuova famiglia che si viene a creare.

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