Genitori alienati: la violenza senza genere – Daniela Bandelli, UniMondo

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Myriam Napoli parla di sé come di una madre vittima e testimone di violenza. Una violenza che non ha genere. Una violenza che non ha nemmeno un chiaro inquadramento giuridico. Una violenza che divide i figli, bambini e bambine, da un genitore, papà o mamma. Myriam descrive di subire insieme a suo figlio, una specifica forma di abuso denominata alienazione genitoriale o parentale (AP), argomento salito agli onori delle cronache nell’ottobre 2012 con il caso del bambino conteso di Cittadella. In quella vicenda a sentirsi alienato era il padre.

Studiata fin dagli anni Sessanta dagli psicologi della scuola della Terapia Familiare, e successivamente descritta come sindrome dallo psichiatra americano Richard A. Gardner, l’AP è il risultato di un programma di denigrazione attivato da un genitore contro l’altro genitore, in cui il figlio finisce per partecipare attivamente alla demolizione della figura di uno dei due. Nei casi di alienazione più gravi al bambino può essere inculcato anche il falso ricordo di un abuso sessuale. Risultato di questo lavaggio del cervello è che il padre o la madre, che prima era un soggetto d’amore per il figlio, diventa una persona con cui non avere niente a che fare. Una persona da disprezzare, insieme a tutta la sua famiglia, talvolta da offendere, a cui manifestare astio, spesso con motivazioni futili. In altre parole il bambino stesso amputa un genitore dalla propria vita, mettendo a rischio, senza saperlo, il suo sviluppo psico-emotivo. Nel lungo percorso si possono generare anche danni di natura psichiatrica.

Di rassegnarsi all’idea che la vita di suo figlio sia privata della figura materna e del diritto alla bigenitorialità, Myriam non ci pensa nemmeno. Lotta da più di tre anni per ristabilire una relazione madre-figlio. Da quando un giorno di fine febbraio 2010 il marito, avvocato, dal quale si stava separando, esce di casa con il piccolo per accompagnarlo in palestra senza farvi mai più ritorno. Myriam denuncia immediatamente la sottrazione e cerca disperatamente di incontrare suo figlio. Lo cerca a scuola, allo studio del padre e di sua sorella, a casa della sorella dove ancora abita insieme al padre, al corso di basket. Tentativi che le costeranno una denuncia per atti persecutori.

Myriam comincia a lottare per rivedere e riabbracciare suo figlio, ma il giudice disponel’affidamento esclusivo al padre. Myriam può incontrare suo figlio una volta a settimana in presenza di estranei. “Queste visite dovevano servire a me e al bambino per ricucire il nostro rapporto – spiega – Purtroppo però non abbiamo potuto farlo per le continue ingerenze del padre. L’atmosfera era diventata rovente. E a un certo punto il bambino non è più stato accompagnato agli incontri”.

Myriam non si dà per vinta e ricorre alla Corte d’Appello, che nel dicembre 2011 dispone l’affidamento condiviso e tre incontri settimanali, questa volta in presenza di un neuropsichiatra infantile. “Il medico ha rilevato che l’innaturale ostilità del bambino nei miei confronti non può dipendere da me. Le cause sarebbero da cercare in contaminazioni esterne al rapporto madre-figlio”, precisa Myriam che prosegue con il racconto: “Il piccolo continuava a trattarmi con astio, nonostante io mi fossi sempre dimostrata affettuosa con lui. Così, dopo qualche mese, lo psichiatra, il quale ha riscontrato nel piccolo una modalità relazionale che molto assomiglia alla descrizione che Gardner fa della PAS, ha ritenuto inutile proseguire fintanto che il bambino vivrà nello stesso ambiente in cui ha vissuto in questi anni”.

È da un anno dunque che Myriam – nel frattempo pure espulsa dalla casa coniugale dove per tutta la prima fase del suo calvario continuava a vivere col primogenito – non vede più suo figlio, nemmeno una volta a settimana. Lo ha incontrato per caso in un bar qualche giorno fa. “Vedendomi ha immediatamente girato le spalle ed è letteralmente scappato via. Come se fosse telecomandato”, racconta. È l’ultimo di una lunga lista di colpi al cuore che Myriam sopporta, come quando durante uno degli incontri programmati si è sentita dire: “Non sei più mia madre, viva o morta non fa differenza per me. Stai facendo un processo contro di me”. “Non è il modo di parlare di un bambino di 9 anni – nota la mamma-. Sono le parole di un adulto”.

La PA(S) nella rete

Per combattere la sua battaglia nei tribunali Myriam si è addentrata nella rete in cerca di informazioni, e si è ritrovata in un mondo che prima, quando dal figlio riceveva disegni pregni d’amore, non conosceva. Una moltitudine di organizzazioni che si occupano di violenza sulle donne e sui bambini, gruppi di papà separati, attivisti per la bigenitorialità, donne che nel ruolo di compagne o seconde mogli di papà separati sono vittime e testimoni di violenza psicologica. Compiuta da maschi e da femmine, a danno di maschi e di femmine. In alcuni nodi della rete ha trovato spazio per far sentire la sua storia, in altri, dove si osteggia il riconoscimento della PA(S), è stata bannata. O addirittura accusata di camminare sui cadaveri altrui, cadaveri di quelle madri che si sono viste strappare i figli da padri che hanno invocato la ‘presunta’ sindrome.

Ha trovato competenza e solidarietà, così come associazioni che le hanno consigliato di denunciare il marito di violenze in verità non subite. A questi suggerimenti Myriam ha preferito l’onestà e proseguire il suo percorso fatto di ricerca di informazioni e scambi con persone con storie simili alla sua. “Mi sono anche sentita dire da alcune associazioni femministe che, sebbene sia innegabile che io abbia ricevuto una terribile violenza, non si tratta di PAS, ma di una particolare altra forma di violenza che viene praticata solo dai maschi”, spiega. “All’inizio ho trovato qualche resistenza anche in alcuni papà separati che sostengono che la PAS colpisce prevalentemente i genitori maschi e che io sono solo un’eccezione – continua-. Si invoca l’appartenenza a un genere o a un altro per non cedere la palma della vittima. Io rispondo che la violenza non ha genere”.

Nella rete in cui Myriam si muove, la PA(S) è una questione molto dibattuta. Da psicologi, assistenti sociali, avvocati, organizzazioni per i diritti delle donne e tutela dell’infanzia, attivisti e blogger. Ci sono i negazionisti e quelli che come Myriam lavorano affinché le istituzioni si dotino di meccanismi per prevenire e combatterla, come si sta facendo per la violenza sulle donne. Una delle argomentazioni portate a supporto della tesi negazionista è che la sindrome non è stata inserita nel DSM-V, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali codificati, compilato dall’Associazione Americana degli Psichiatri. Manuale in cui però l’AP è descritta, non come un problema psichico, ma come una condizione denominata problema relazionale genitore-figlio. Inoltre, l’alienazione di un genitore è riconosciuta dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza come forma di abuso psicologico, nonché da una recente sentenza della Corte di Cassazione. Ammettere l’esistenza della PA(S) significa ammettere l’esistenza di un altro fenomeno spinoso che divide l’associazionismo ‘di genere’le false accuse di abuso in sede di divorzio. In pratica, argomentano i sostenitori dell’affidamento condiviso, se la PA(S) venisse presa seriamente, specialmente nei tribunali, ovvero se fosse obbligatorio applicare la diagnosi differenziale nelle perizie e nelle relazioni tecniche, le bugie verrebbero a galla subito: in altre parole, l’applicazione di un metodo scientifico decreterebbe se un bambino è stato realmente abusato fisicamente oppure alienato psicologicamente e usato come arma di contesa in una causa di separazione.

Myriam e suo figlio non hanno più tempo da perdere. Ogni giorno che passa è un giorno di un ragazzino che cresce nella convinzione di odiare la donna per lui più importante: sua madre. Domani quel ragazzino sarà un uomo.

Fonte: Daniela Bandelli, UniMondo

 

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1 comment for “Genitori alienati: la violenza senza genere – Daniela Bandelli, UniMondo

  1. elena
    20 giugno 2015 at 17:16

    Sono una madre maltratata,fizic e’ sphiic con le ferite che le portto ad 10 ani ,o un,banbino di 4 ani e una figlia di 18 ,ani no ce lo facio piu so distrsa nolosso quanto rezisto ,mio ,marito e pe puntto a se separa di me ? Doppo che mo umiliato e mo distruso vogle separarsi con o grande cativerie e uza il nostro figlio per fare de piu male ,sono ameninzata che de no faccio quello che suo avvocato mio preparato un bel foglio che per un atimo mi prendea ad infarto……con 350 € al mneze a vive 3 persone che una sara suo figlio ,io pago fitto e le bolette come faccio a vive?mia figlia o trovato a lavora 3giorni a setimana a un bar ,di ale 5 pomerigio ,ad 6 matina per 40 € cello furtuna con lei che faccio un po di speza !,mio naritto so andat di casa 2 mezi fa e suo avvovato lo constreto a darmi 300 € noloso quanto tempo rezisto ,il noistro figlio sofre cozi tantto….tuttele seri mi chide mamma mio padre dove e’ io lo faccio a chemarlo a telefono ,ma il suo telefonino e sempre secreteria tel.e’ Giuseppe se mette a piange ,io mi sono chesto e o pensatto multto a lungo che padre e’ senza core ….e doppo due mezzi mi constrete a fa quello che suo avvocato mi dice o faccio cozi o mi fa o sedere cozi…..!ala fine pure suo avvocato mi fa intimidire….de no meteno asistenzi socialli e mi porta il nostro figlio a casa di famigilia !che faccio devo fa quello che loro mi dice!

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