Figli contesi da genitori in guerra – Camerini & Pingitore, Psicologia Contemporanea

Schermata+2015-06-03+a+14.50.11Nelle cause di separazione non è raro riscontrare una conflittualità molto accesa nella coppia genitoriale a causa dell’affidamento dei figli, che spesso vengono utilizzati per alimentare una battaglia legale senza esclusione di colpi.

Nelle separazioni legali, la contesa per l’affidamento dei figli appare in molti casi solo un alibi per distruggere l’ex partner. Mentre la coppia genitoriale è impegnata a farsi la guerra, i figli rimangono sullo sfondo di un conflitto senza senso, in cui vi sono solo perdenti e nessun vincitore. In alcuni procedimenti, infatti, può capitare che il genitore presso cui il figlio è maggiormente “collocato” trasmetta al minore tutta la rabbia, il rancore e l’ostilità che prova per l’ex partner. Una “campagna denigratoria” che si sviluppa lentamente e può avvenire sia in forma diretta che indiretta. Per esempio, la madre inizia a parlare male del padre davanti al figlio, attribuendogli colpe e responsabilità, anche esagerate, della situazione conflittuale e precaria in cui tutti e tre si trovano.

Oppure il bambino può ricevere informazioni parziali e scorrette, il cui unico intento è “distruggere” la figura paterna. Il figlio lentamente fa proprie queste reazioni emotive della madre, iniziando a rifiutare di vedere la figura paterna. Gli incontri fra padre e figlio, infatti, si fanno sempre più violenti e il bambino non solo rifiuta fisicamente il papà, ma incomincia anche a giustificare questo rifiuto con specifiche motivazioni. Motivazioni che allo stesso tempo vengono utilizzate dalla madre per dimostrare che l’ex compagno è un “cattivo” padre.

Quindi, da una parte si schierano mamma e figlio, dall’altra il padre, sempre più in difficoltà nel gestire la situazione e disarmato da una violenza psicologica nei suoi confronti che porta il figlio a recidere ogni rapporto affettivo. Come si può capire dal nostro esempio, il genitore ingiustificatamente allontanato è più spesso il padre, ma capita non infrequentemente (specie nell’età preadolescenziale) che sia la madre.

Questo fenomeno è stato fino a poco tempo fa denominato PAS (Parental Alienation Syndrome), Sindrome di Alienazione Parentale.
Lo psichiatra statunitense Richard Gardner è il pioniere nello studio di questa condizione psicologica e ha indicato 8 criteri per identificare la PAS (si veda il Box “I criteri della PAS”). Sostanzialmente Gardner riteneva che ove fossero stati presenti questi criteri, gli esperti si sarebbero trovati davanti ad una PAS. Questa nozione ha suscitato nell’ultimo decennio accesi dibattiti scientifici e culturali a livello internazionale. Il focus della diatriba si è concentrato sulla possibilità di poter identificare il fenomeno come una vera e propria “sindrome”. In Italia la PAS ha avuto una risonanza mediatica con il caso di Cittadella del 2012, in cui un bambino fu prelevato di forza davanti alla propria scuola dalle forze dell’ordine per essere portato dal padre, su disposizione del Giudice. Il tutto ripreso dalla videocamera di un telefono cellulare.

UN DISTURBO RELAZIONALE O UNA SINDROME?
La PAS, quindi, esiste come condizione medica oppure è un costrutto di scarsa validità scientifica? Una querelle che ha schierato, da una parte, chi sosteneva la totale infondatezza di questa condizione poiche´, se la PAS nonè annoverata nel DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, allora non è scientificamente sostenibile, dall’altra parte, chi affermava che, a prescindere da come lo si voglia definire, il fenomeno secondo cui un figlio rifiuta in modo ingiustificato un genitore è da considerarsi un problema relazionale che coinvolge ognuno dei componenti il gruppo familiare.
In Italia, proprio grazie al caso di Cittadella, la Corte di Appello di Brescia nel maggio 2013 ha chiarito, finalmente, che «il fatto che alcuni esperti neghino il fondamento scientifico di tale sindrome non significa che essa non possa essere utilizzata quanto meno per individuare un problema relazionale molto frequente in situazioni di separazione dei genitori. […] Non si tratta di conservare al bambino la bigenitorialità da intendersi come un patrimonio prezioso di cui i figli debbono poter disporre, ma di evitare che attraverso il rifiuto si vada strutturando una personalità deviante» (Gulotta e Rossetti, 2013).

La comunità scientifica è concorde nel ritenere che la alienazione di un genitore non rappresenti di per se´ un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso.

La SINPIA emetteva nello stesso periodo il seguente comunicato: «La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ritiene opportuno esprimere il proprio parere in merito all’eco destata dalla recente sentenza n. 7041 del 20.03.2013 della Corte di Cassazione e dalle affermazioni ivi contenute circa la nozione di PAS (Parental Alienation Syndrome). In primo luogo, al di là dell’opportunità che l’autorità giudiziaria si sostituisca alla comunità scientifica nel rilasciare giudizi su argomenti altamente specialistici, si ritiene che il problema relativo all’esistenza o meno di una “sindrome” legata all’alienazione di una figura genitoriale venga posto in modo incongruo. […]

[…] In secondo luogo, colpisce come la Suprema Corte abbia espresso il proprio parere senza fare riferimento ai principi enunciati nella sentenza Cozzini (Cass. Pen. 17.09.10, n. 43786) la quale ha stabilito i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti. Sotto questo profilo, si sottolinea come esista una vasta letteratura nazionale ed internazionale che conferma la scientificità del fenomeno della Parental Alienation, termine questo da preferirsi a quello di PAS».

Sempre a maggio dello stesso anno è stato pubblicato il nuovo DSM-5 nella versione inglese, in cui manca effettivamente la PAS, che sostanzialmente risulta “distribuita” all’interno del gruppo dei Problemi Relazionali di cui fanno parte anche il Child Abuse e il Child Neglect, escludendosi queste condizioni dai disturbi individuali. Essi si riferiscono ad un problema che coinvolge due o più soggetti e che si associa a disagi clinicamente significativi in uno o in entrambi i membri dell’unità relazionale (Camerini et al., 2014).

ALIENAZIONE PARENTALE
In sintesi, attualmente, è scorretto parlare di PAS: risulta più appropriato utilizzare il termine AP, Alienazione Parentale, che praticamente descrive gli 8 criteri di Gardner definendoli come “disturbo relazionale” che coinvolge la triade madre-figlio-padre.
Inoltre, sono effettivamente più frequenti i casi di Alienazione Parentale in cui il genitore alienato corrisponde alla figura paterna.
E` un fenomeno ancora poco noto e difficilmente riconosciuto poiche´ non ci troviamo di fronte solo alla denigrazione messa in campo dalla madre, ma anche e soprattutto al contributo soggettivo e “indipendente” del figlio che, se ascoltato in sede giudiziaria, motiva il rifiuto attraverso argomentazioni apparentemente valide. Ma solo apparentemente. Infatti il minore che subisce il “lavaggio del cervello” esprime il più delle volte motivazioni non sostenibili, prendendo in prestito scenari e terminologie del genitore alienante.è solo grazie ad un ascolto del minore, tramite cui l’esperto cerca di comprendere dettagliatamente i motivi del diniego, e ad una valutazione approfondita delle dinamiche familiari che si può giungere ad una ipotesi di AP.

Il minore non riesce a spiegare bene il motivo del rifiuto nel vedere il padre, accampando le scuse più improbabili («Non voglio vederlo perchè è un uomo senza dignità») oppure prese in prestito da ciò che sostiene la madre («Non voglio vedere papà perche´ non paga gli alimenti a mamma»). Poi è sufficiente chiedere: «Che cosa sono gli alimenti?» o «Chi te l’ha detto questo?» per far crollare le “convinzioni” del bambino. L’Alienazione Parentale, come sistema familiare disfunzionale, si spiega soprattutto tenendo conto della costruzione di un rapporto fusionale tra madre e figlio, una relazione molto pericolosa e dannosa alla stregua della “folie à deux”, in cui entrambi si condizionano a vicenda.
Da un punto di vista superficiale e formale può capitare che la madre sproni il figlio a frequentare il padre, attribuendo poi a lui la responsabilità del rifiuto: «Lo vedete? è lui che non vuole vedere il padre, per me non c’e` nessun problema». Ad un livello più sostanziale, però, è il figlio che interpreta il rifiuto della madre, coprendola e difendendola, in un ribaltamento di ruoli in cui il figlio fa da genitore e il genitore (vittima) fa da figlio.
Tutte le colpe del fallimento matrimoniale vengono attribuite all’altro genitore; qualsiasi ricordo bello del passato viene ridefinito in brutti momenti da dimenticare; il genitore alienato non ha più un pregio, ma solo difetti; il rifiuto viene esteso anche ai familiari e parenti del genitore “target”, quindi a nonni, zii e cugini. Un rifiuto esagerato che, oltre ad essere alimentato da un rapporto genitore-bambino altamente disfunzionale, viene sostenuto dal genitore alienato il quale non è stato in grado, negli anni, di costruire un buon rapporto affettivo con il figlio. Infatti, potremmo affermare che l’efficacia del condizionamento psicologico sui bambini da parte del genitore alienante è inversamente proporzionale alla qualità del rapporto alienato-figli.

Laddove si verifica un’Alienazione Parentale ci troviamo di fronte ad un triangolo relazionale in cui il figlio si allea con il genitore percepito come “forte”, e con il quale ha saputo instaurare una relazione affettiva migliore, e si allontana da quello considerato come più “debole”, con cui ha un rapporto più superficiale.

Secondo Cavedon (Gulotta, Cavedon e Liberatore, 2008) il genitore alienato presenta questo profilo personologico:

  • essere il responsabile della fine del matrimonio o comunque della relazione;
  • avere un atteggiamento passivo e ambivalente con l’ex partner, oppure aggressivo in questioni relative all’affido, cosi` da poter essere ritenuto la causa di tutti i problemi.

Sempre secondo Cavedon e Liberatore (2014), l’alienazione si sviluppa grazie al conflitto di lealtà che il minore mostra nei confronti del genitore alienante, il quale chiede al bambino di condividere la propria convinzione e di provare gli stessi sentimenti avversi nei confronti dell’altro. Il figlio non fa altro che offrire lealtà incondizionata al genitore manipolatore convinto che questi possa prendersi cura di lui e amarlo: più dimostra lealtà nei confronti del genitore alienante, rimuovendo i propri sentimenti nei confronti dell’altro genitore, più aumenta nel bambino la percezione di protezione e tutela.

GLI INTERVENTI

L’Alienazione Parentale è spesso riscontrata e formalmente riconosciuta all’interno della Consulenza Tecnica di Ufficio allorchè il Giudice dispone una perizia per comprendere le ragioni del rifiuto del figlio nei confronti di uno dei due genitori.
La CTU, attraverso una serie di incontri con il minore, con la coppia genitoriale e, soprattutto, in incontri congiunti genitori-figlio, madre-figlio e padre-figlio, può individuare la presenza di un’alienazione.
Il minore solitamente esprime il proprio rifiuto per la figura genitoriale non solo verbalmente, ma anche attraverso l’utilizzo dei disegni, nei quali il genitore alienato è spesso raffigurato come una macchia nera o una figura distante nel foglio rispetto alle altre.
La violazione del diritto relazionale dei soggetti coinvolti, nei casi più gravi, permette di mettere in atto degli interventi psicosociali e giuridici che variano in base ad alcune variabili, quali l’età del bambino e la sua capacità di discernimento, le risorse personali, familiari e ambientali di tutti gli attori coinvolti.
Uno degli interventi più discussi è l’allontanamento del figlio dal genitore alienante con immediata collocazione presso il genitore alienato, attraverso un progetto che miri a recuperare le funzioni genitoriali e a “deprogrammare” il minore. Nei casi ancora più gravi il Giudice può decidere per il collocamento temporaneo del bambino presso una casa famiglia. Al di là di queste soluzioni “estreme”, da riservare ai casi più gravi legati spesso ad una patologia psichiatrica del genitore “alienante”, la soluzione più adeguata per ripristinare i contatti tra genitore e figlio risiede nell’attivazione di incontri in uno spazio neutro, un luogo “terzo” in cui far incontrare genitore alienato e bambino con l’ausilio di professionisti esperti della materia.
Tali soluzioni dovrebbero accompagnarsi a sanzioni giudiziarie nei confronti del genitore inadempiente, per esempio attraverso un’applicazione tempestiva dell’art. 709-ter c.p.c. (provvedimenti del Giudice in caso di gravi inadempienze o di atti che possano arrecare pregiudizio al minore).
Va sottolineato come recenti sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo abbiano invitato l’Italia a munirsi di un “arsenale di buone pratiche” rivolte a mantenere il rispetto dei diritti di visita, considerando le inadempienze a questo riguardo una violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Come abbiamo accennato, l’Alienazione Parentale è ancora un fenomeno misconosciuto e difficilmente riconoscibile, in cui spesso i bisogni manipolati del bambino vengono confusi con quelli reali, mentre nei Tribunali questo disturbo relazionaleè ancora sottovalutato. Basti pensare che, mentre per un presunto abuso sessuale immediatamente l’Autorità Giudiziaria tutela il minore allontanando il genitore accusato, nei casi di Alienazione Parentale sussistono ancora troppi indugi nel porre in essere un intervento immediato ed efficace.

Riferimenti bibliografici

  1. BAKER A. J. (2010), Figli divisi. Storie di manipolazione emotiva dei genitori nei confronti dei figli, Firenze, Giunti.
  2. CAMERINI G. B., MAGRO T., SABATELLO U., VOLPINI L. (2014), «La parental alienation: considerazioni cliniche, nosografiche e psicologico-giuridiche alla luce del DSM-5», Giornale Neuropsichiatria Età Evolutiva, 34, 39-48.
  3. CAVEDON A., LIBERATORE M. (2014), «La sindrome da alienazione genitoriale: problemi psicogiuridici». In A. Curci, V. De Michele, A. Bianco (a cura di), Figli contesi e alienazione parentale, Mimesis, Milano-Udine.
  4. GULOTTA G., CAVEDON A., LIBERATORE M. (2008), La sindrome da alienazione parentale (PAS), Giuffre´, Milano.
  5. GULOTTA G., ROSSETTI I. (2013), «Luci e ombre sulla sindrome da alienazione parenta- le (PAS)». In M. C. Biscione, M. Pingitore (a cura di), Separazione, Divorzio, Affidamento. Linee guida per la tutela e il supporto dei figli nella famiglia divisa, Franco Angeli, Milano.
  6. OLIVERIO FERRARIS A. (2012), Il significato del disegno infantile, Bollati Boringhieri, Torino.
  7. PASSI TOGNAZZO D. (1999), Metodi e tecniche nella diagnosi della personalità. I test proiettivi, Giunti, Firenze.
  • Giovanni Battista Camerini è neuropsichiatra infantile e psichiatra. Docente di Psichiatria forense dell’età evolutiva nei master presso le Università di Padova, Sapienza (Roma) e Pontificia Salesiana (Mestre).
  • Marco Pingitore è psicologo psicoterapeuta, consulente criminologo presso il Centro Giustizia Minorile di Catanzaro, Presidente della Società Italiana Scienze Forensi.

Fonte/Credits: Psicologia Contemporanea (maggio giugno 2015) (http://www.genitorisottratti.it)

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