Un caso di falsa PAS o “auto-alienazione”

In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile. Quando un genitore viene rifiutato da un figlio occorre pertanto accertare le cause del rifiuto.  In questo caso è risultato che il rifiuto era dovuto ad inadeguatezze del padre.  Il testo, tratto dal libro di Adele Cavedon e Tiziana Magro “Dalla separazione all’alienazione parentale”, descrive lo svolgersi della perizia che ha fatto luce sulla vicenda e suggerito come risolverla.

 



La perizia si è svolta allo scopo di capire perché il minore si rifiuti da ormai un anno di comunicare e vedere il padre, che aveva regolarmente frequentato per 12 anni dopo la separazione. Si è cercato perciò di individuare quali possano essere le cause che hanno determinato questo suo ostinato rifiuto. Il lavoro peritale si è anche proposto di ricercare quali potrebbero essere le più adeguate modalità atte a ripristinare la frequentazione tra padre e figlio, tenendo in considerazione le esigenze e i diritti di entrambi.  È stato possibile individuare le seguenti ipotesi:

  1. Il rifiuto del figlio ad andare dal padre è attribuibile all’indottrinamento che la madre esercita sul figlio, che lo ha portato a rifiutare la frequentazione del padre.
  2. Il rifiuto del figlio ad andare dal padre è da attribuire alle reali incapacità del padre di rapportarsi con il figlio e al suo comportamento violento nei suoi confronti (ipotesi sostenuta dalla madre).
  3. Il rifiuto del figlio ad andare dal padre è dovuto ad un’ Alienazione Parentale.

Vaglio dell’ipotesi 1: comportamenti di svalutazione e indottrinamento materni rilevati durante il periodo peritale

Elena ha mantenuto nei colloqui peritali un atteggiamento di disponibilità e collaborazione nei confronti delle richieste della CTU; ha invece mostrato un atteggiamento di ostilità e talvolta di aggressività nei confronti dell’ex marito, specialmente nel colloquio congiunto iniziale, alla fine del quale ha esplicitamente affermato che avrebbe preferito non avere più occasioni di rivederlo in perizia. Tale suo atteggiamento ha inizialmente messo in sospetto il CTU sulla possibilità che la madre avesse avuto un atteg- giamento manipolativo nei confronti del ragazzo, sfociato in una Alienazione Parentale.
Nei successivi incontri è stato possibile individuare come il suo non desiderare un confronto con 1’ex marito sia stato invece un comportamento successivo (e conseguente) ai racconti che il ragazzo le ha fatto, quando le ha comunicato la sua decisione di non andare più dal padre, È difatti emer- so nell’arco della perizia come fino a quel momento i rapporti tra gli ex coniugi fossero sempre stati corretti, e abbiano anche previsto incontri in occasioni di ricorrenze speciali: (padre) “Condividiamo anche delle feste, il Natale, la Cresima, ma anche il battesimo dei nostri rispettivi altri figli, (…) Quando Marco aveva qualcosa mi lasciava la massima disponibilità, entrare in casa, stare con lui… non c’è mai stata nessuna forma di resistenza fino a questo episodio”,
Elena ha sempre sostenuto (fatto confermato anche dall’ex marito) di non avergli mai negato la possibilità di tenere con sé il figlio quando lo desiderava, anche quando Marco era molto piccolo, in linea con i provvedimenti stabiliti dal giudice: “Da quando ci siamo separati Marco è sempre andato agli appuntamenti con papà in maniera puntuale. (..) Ho sempre pensato che se si può creare un rapporto armonioso con papà è una cosa positiva che potrebbe essere buona”.
Si è quindi sempre dimostrata coerente con la scelta di promuovere gli incontri padre-figlio e non ha mai posto ostacoli perché questo avvenisse.
Il suo atteggiamento è completamente mutato solo quando il ragazzo le ha raccontato il comportamento del padre e il suo conseguente rifiuto di andare da lui, Solo da allora ha appoggiato tale decisione, che prima aveva sempre cercato di contrastare. Afferma che nell’arco degli anni il figlio ha spesso manifestato in modo più o meno esplicito il rifiuto ad andare dal padre, ma che lei attribuiva alla poca frequentazione o al fatto che spesso il padre non aveva molto tempo da dedicare al ragazzo, che restava più con la nuova compagna che con lui. “Sono successi nell’arco di questi anni molti episodi che Marco, di volta in volta, mi riportava, e che io ho sempre cercato di minimizzare dicendogli che le cose vanno guardate a 360 gradi. Allora quando lui mi raccontava il suo disagio mi diceva,’ possiamo trovare il modo di non andare dal papà? – No, perché cosa c’è?- chiedevo a mio figlio – perché non vuole andare? Perché non voglio, non sto bene li, perché dopo tanto non lo vedo quando lo vedo fa crisi isteriche, urla come un pazzo, ha atteggiamenti che mi fanno paura”.

Elena ritiene che ora il figlio sia sufficientemente maturo per poter decidere autonomamente di vedere o non vedere il padre e quindi lascia sulle spalle del figlio l’enorme responsabilità di “disfarsi” di un padre che il ragazzo vive come inadeguato.  Non riesce perciò a capire la posizione del perito che sostiene che un ragazzo di 14 anni non può decidere in tale senso, dimostrando in questo una scarsa adeguatezza genitoriale.
L’attaccamento alla sua famiglia d’origine (vicino alla quale tuttora vive con Marco, il nuovo compagno, e un nuovo figlio avuto da questi) è risultato molto intenso, come quello che dimostra avere con il ragazzo e che forse in passato doveva essere ancora più forte e, per certi aspetti, quasi “simbiotico” .
Nell’ultimo incontro il ragazzo rivolge la sua rabbia anche verso la mamma e questo fatto, oltre ad essere una confenna che nel ragazzo non esiste una fonna di alienazione verso il padre, può essere anche considera- to come una fonna di reazione di un figlio che non si è sentito abbastanza protetto dal genitore sul quale riponeva la massima fiducia.
Il test di personalità MMPI-2 di Elena non denota indici a sostegno di qualche psicopatia in atto, anche se è risultata presente nella signora la ten- denza a voler dare una buona impressione di sé.
Dal comportamento della madre non emergono quegli elementi tipici che caratterizzano l’indottrinamento negativo verso l’altro genitore, come la sgenitorializzazione dell’altro, con l’imposizione ad esempio al figlio di chiamare il padre per nome: Marco infatti chiama il padre sempre “papà” o “babbo”. Non risulta presente neppure una meta-comunicazione negativa, atta a influenzare il rapporto del figlio con il padre, in quanto la madre, come abbiamo sopra riportato, dà prova di minimizzare con il ragazzo i comportamenti negativi del padre. Elena non enfatizza neppure il suo ruolo materno a discapito di quello paterno, né costringe il figlio a prendere posizione esclusivamente a suo favore.
Il comportamento tenuto dalla madre sembra quindi non essere un elemento che ha indotto il figlio a scegliere di non avere più contatti con il padre.

Vaglio dell’ipotesi 2: reali incapacità del padre di rapportarsi con il figlio e suo comportamento violento nei suoi confronti

Dai colloqui peritali sembra emergere una totale incapacità di Carlo di darsi delle spiegazioni plausibili relative al rifiuto del figlio. Questo suo non riuscire a spiegarsi il comportamento di Marco e la sua detenninazio- ne a non vederlo, ha inizialmente portato il CTU a sospettare che il rifiuto da patte del ragazzo di riprendere i contatti con il padre potesse essere im- motivato e causato, quindi, non da un reale comportamento paterno, ma da una possibile Alienazione Parentale. Nell’evolversi della perizia, in base a quanto emerso dai colloqui con i protagonisti della vicenda, tale ipotesi si è sempre più affievolita a favore di una reale incapacità da parte di Carlo a capire cosa il figlio si aspettasse da lui, in quanto padre.
Dai racconti della ex moglie e di Marco, che sono stati avvalorati anche dai fatti narrati dalla sua ex compagna, che ha vissuto con lui negli ultimi 8 anni, si delinea la figura di un padre incapace di capire i veri bisogni di un figlio, molto differente da quello che lui avrebbe voluto che fosse.
Carlo, infatti, ha investito suo figlio di una serie di aspettative (legate alla virilità e alla forza che un vero uomo deve avere) che, nel momento in cui venivano deluse (Marco è un ragazzo a cui piace studiare, suonare il pianoforte, leggere), scatenavano delle reazioni aggressive nei suoi con- fronti. Emerge come tali reazioni spesso si traducessero in attacchi verbali svalutauti diretti al figlio, ma anche in punizioni fisiche. Il ragazzo afferma: “Fin da quando ero piccolo ho avuto paura delle reazione spropositate che aveva mio padre, per la minima cosa fuori posto, per il più stupido dei motivi aveva scatti d’ira. Diventava completamente rosso senza una ragione apparente, spaccava gli oggetti, tirava per casa qualsiasi cosa e il più delle volte alzava anche le mani. (…) Non era cosi solo con me, ma con tutti quelli che più o meno lo conoscevano, ed io naturalmente avevo paura e cercavo qualche scusa per non andare da lui; non riuscivo a parlargli perché era impossibile, ed è tuttora impossibile perché non ti lascia parlare, nega la ragione più vera, ti svia il discorso perché ti interrompe, insomma non ti lascia esprimere le tue parole. Avevo anche paura di parlame con mia madre perché se per caso lei si arrabbiava, chissà cosa mi avrebbe fatto! …”.
Racconta alcuni episodi ben circostanziati che fanno emergere l’incapacità del padre ad accettare un figlio così differente da lui, come quando riferisce di come il padre si fosse molto arrabbiato con lui che, a 7 anni, aveva paura ad andare in barca a vela, o dì come lo avesse insultato chiamandolo “femminuccia” e dandogli pacche sulla testa, quando si era rifiutato di salire con lui su di una moto di grossa cilindrata.
Le parole del ragazzo sono confennate da quanto racconta l’ex compagna del padre: “Mi ricordo i primi tempi che Marco aveva iniziato a gioca- re con la play-station… spesso il padre lo aizzava nell’essere più competitivo e aggressivo nel gioco… e quando il bambino, che non andava ancora in prima elementare, non riusciva nel gioco, gli dava dei piccoli pugni in testa”.
Anche nel racconto della signora trova confenna l’ipotesi di un padre distante dai bisogni del figlio: “tutto bene finché Marco stava nei suoi parametri, ma come il bambino faceva un espressione della propria personalità, un esser bambino, diciamo, allora il padre si adirava molto, era molto collerico con il bambino (…) Per il padre la mascolinità è sinonimo di forza e di violenza. Siccome Marco non lo appagava in questo senso, lo spronava, con la moto, ad esempio. Ma il bambino era un bambino studioso, portato alla musica, alla lettura, non era il figlio mascolino portato alle arti marziali, alla violenza fisica, alla volgarità. Era un bambino assolutamente, come dire, raffinato, molto sensibile e lì cozzavano, lì c’erano dei forti scontri, il padre li probabilmente perdeva la testa”.
La signora racconta anche la sofferenza che lei vedeva nel bambino e la sua disperata ricerca di assecondare il padre e il suo sforzo, mai premiato, di cercare nelle cose che faceva la sua approvazione: “… Ho visto Marco cercare il consenso del padre; anche a Marco,. come a suo padre, piaceva raccontare le barzellette, ma il padre lo sminuiva sempre e il bambino cercava inutilmente la sua approvazione”.
Il padre, messo al corrente attraverso una lettera del figlio (Marco durante tutta la perizia si è sempre rifiutato di incontrare il padre) dei motivi per i quali non vuole vederlo, lamenta il fatto che nessuno gli ha mai detto “di questa sua cecità”, anche se i racconti degli altri protagonisti della vicenda sembrerebbero confermare il contrario. Ribadisce che lui, per tutto questo tempo, non ha mai saputo il perché del comportamento di suo figlio. Risulta sollevato nel sapere che il figlio non lo ha mai accusato di “intenzionali violenze e maltrattamenti”, come forse sospettava che potesse essere accaduto, e che ribadisce con forza di non avere mai commesso.
I risultati del test MMPI-2 somministrato a Carlo, anche se non sembrano far rilevare patologie o specifici disturbi di personalità, mostrano degli innalzamenti su alcuni indici. L’insieme di tali indici, leggermente fuori dalla norma, potrebbe spiegare la difficoltà di individuare dietro il comportamento corretto e spesso compiacente che egli ha sempre tenuto in perizia, un comportamento meno controllato e per certi aspetti “trasgressivo”, ma allo stesso tempo rigido, che lo caratterizzerebbe in certi contesti.
Indubbiamente Carlo è attaccato a suo figlio e gli vuole bene: egli sa cogliere e provare piacere nel ricordare i momenti assieme a Marco, ma viene da pensare che questa sua capacità sia legata ai suoi bisogni, piuttosto che a quelli del figlio; risulta come per Carlo sia gratificante fare il papà riempendo i figli di regali, ma difficilmente si chiede se quei regali piacciano più a lui che a loro, perché è convinto che se piacciono a lui devono necessariamente piacere anche a loro. Egli risulta quindi scarsamente dota- to della capacità di “mettersi nei panni degli altri”, di sentirsi in empatia con loro. Ciò lo rende incapace di riconoscere quelle che sono state le sua mancanze come padre e che il figlio, invece, ha lucidamente delineato.
Da quanto riportato emerge come in questo caso sia possibile individuare un comportamento del padre gravemente carente nei confronti del figlio, il quale crescendo ha sempre meno accettato le imposizioni paterne fino ad arrivare, in età adolescenziale, ad un totale rifiuto di rapportarsi con lui.

Vaglio dell’ipotesi 3: il rifiuto del minore ad andare dal padre è diveno tata una Alienazione Parentale

Dai racconti dei genitori, Marco fin da piccolo è sempre stato un bambino docile e che non ha mai dato problemi, né fisici, né di comportamento. Nonostante i suoi genitori si siano separati prima che lui compisse 2 anni, ha sempre frequentato entrambi e sembra che questa separazione non ab- bia lasciato in lui segni profondi, ma che questo sia un avvenimento al quale si è presto abituato.
Durante le operazioni peritali il ragazzo (che ha quasi 15 anni), si è dimostrato sveglio, intelligente, molto sensibile, adeguato al contesto di va- lutazione, anche se risulta evidente come egli stia vivendo in pieno la fase evolutiva adolescenziale dove i contrasti e le emozione tendono ad amplifi- carsi ed ad esplodere.
È possibile rilevare in lui una profonda sofferenza emotiva che sembra derivare dalla delusione di avere un padre che non è mai riuscito a com- prendere i veri bisogni di suo figlio e che non ha saputo valorizzare e ad apprezzare suo figlio per come semplicemente è, per i suoi interessi (che non erano, forse, i suoi), per i suoi bisogni e anche per i suoi limiti.
Ciò che Marco aveva ed ha ancora bisogno di ricevere da suo padre è affetto, comprensione e dialogo. Le varie espressioni che il ragazzo utilizza durante i colloqui per screditare suo papà sono dettate da quella rabbia che, se negli anni infantili è rimasta latente, non poteva che emergere nell’adolescenza, periodo evolutivo critico pieno di grandi cambiamenti per Marco, ma anche di nuove energie.
Nel ragazzo è esploso il rifiuto, la ribellione verso un padre con il quale ritiene di non potere più condividere niente, anche se indubbiamente rima- ne dentro di lui un importante legame affettivo e di attaccamento alla figura paterna. In lui non c’è indifferenza, e la presenza di aggressività e rabbia denota una grande delusione e sofferenza per questo padre che, anche se in negativo, per lui è una figura significativa ed importante.
Tale dato è stato ritrovato anche nei test dove la figura del padre viene vissuta in modo decisamente negativo: nel test della Doppia Luna, Marco lo inserisce “fuori dal suo mondo”, mentre nel FRT gli attribuisce nove sentimenti negativi nei suoi confronti. Da tale test emerge anche come il ragazzo, coerentemente con quanto ha riferito, si senta valutato negativamente dal padre, dal quale riceve dieci sentimenti negativi. Sembra esistere quindi una coerenza tra come si sente valutato dal padre e come ritiene che il padre valuti lui.
Se questa corrispondenza mancasse, e i sentimenti negativi rivolti al padre fossero manifestati esclusivamente dal figlio, più facilmente ci si sa- rebbe potuti trovare di fronte a una situazione di Alienazione Genitoriale classica, dove il figlio discredita un padre che invece lo ama (vedi Cavedon, 2009 e cap. 4 del testo).
C’è sicuramente da lavorare su un recupero di questa figura paterna che è ancora fortemente presente nel mondo affettivo di Marco, ma che il ra- gazzo attualmente rifiuta, sia per l’aggressività tipica della fase evolutiva che sta attraversando, che per il comportamento del padre, troppo distante dai suoi bisogni e che non gli concede un comportamento diverso da quello del rifiuto.

Valutazione finale

Nell’esempio qui illustrato si potrebbe parlare di uno specifico caso di “autoalienazione” (vedi il cap. 3), dove l’alienazione è una risposta autonoma del bambino che non reagisce ad un indottrinamento perpetrato dall’altro genitore, ma ad una sua personale esigenza di staccare da una storia relazionale con un genitore, fatta di trascuratezza e di maltrattamento fisico e psicologico. Il bambino rifiuterà spontaneamente il genitore nel tentativo di superare una situazione che lo fa costantemente soffrire e dalla quale non individua alcuna via di uscita, se non la fuga.
Nel caso specifico, la valutazione della presenza o meno di un’Alienazione Parentale (PA) e del suo eventuale livello di gravità (lieve/moderato/grave) sulla base della griglia di Gardner (vedi il cap. l), relativa agli otto fattori primari e ai quattro fattori aggiuntivi, risulta non applicabile, in quanto non è stata rinvenuta la presenza di un comportamento di svalutazione e di indottrinamento da parte della madre.

Visualizzazioni dopo 11/11/11: 12649

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *