Alienazione genitoriale: le principali controversie – Hubert Van Gijseghem, Ph.D.

Gli articoli di Hubert Van Gijseghem si caratterizzano per una chiarezza cartesiana e fanno da trait-d’union tra la comunità della ricerca nordamericana ed europea. Questa parte di un vecchio articlo del 2003 è estremamente utile come sintesi dello stato delle controversie sul tema dell’alienazione genitoriale all’inizio degli anni 2000. 

Fonte: www.alienazionepar.altervista.org

L’alienazione genitoriale: le principali controversie

Hubert Van Gijseghem, Ph.D.[1]

Fonte originale completa (PDF): Van Gijseghem, H. (2003) L’aliénation parentale : les principales controverses in Revue d’Action Juridique et Sociale, Journal du Droit des Jeunes n° 230

www.hubertvangijseghem.com

1. Il fenomeno esiste?

E’ difficile negare l’esistenza dell’alienazione genitoriale nell’accezione più semplice del termine: alcuni minori si allontanano risolutamente da un genitore, lo denigrano e si rifiutano di vederlo. Si tratta in questi casi, in effetti, di alienazione nel senso ampio del termine e il fenomeno trova testimonianze nelle più antiche civiltà.

Si possono considerare diverse tipologie di alienazione particolarmente in funzione della sua eziologia. Essa si può spiegare chiamando in causa fatti negativi avvenuti tra il bambino e il genitore rifiutato (negligenza, abuso fisico, sessuale o psicologico) oppure può essere stata causata dall’assenza del genitore o dalla povertà della relazione genitore/figlio. Ovviamente questa tipologia di alienazione è immune da polemiche. Infatti essa non figura neppure nelle definizioni concettuali più recenti.Tuttavia questa tipologia di alienazione non è priva di ruolo nel contribuire alla confusione: i detrattori del concetto avanzano spesso l’idea che l’alienazione si spiega per il semplice fatto che il minore la sviluppa da sé.

Una seconda tipologia comprende l’alienazione ingiustificata: l’avversione, la denigrazione e il rifiuto da parte del minore non trova giustificazione in comportamenti inadeguati del genitore ovvero si rivela come altamente sproporzionata alla luce della futilità dei motivi di contrasto addotti nel legame genitore-figlio. L’alienazione genitoriale ingiustificata esiste? Pochi operatori clinici ed esperti di psicologia giuridica lo dubitano, ma i pareri sono diversi tra il pubblico e certi gruppi di pressione o di interesse.

Il problema sorge quando si cerca di individuare la causa di una alienazione ingiustificata. Anche i sostenitori del concetto sono in disaccordo nell’indicare una eziologia unica, e, inoltre, certe ipotesi eziologiche sollevano molte più controversie di altre. Molti professionisti e/o paraprofessionisti tendono a rifiutare il concetto stesso unicamente sulla base dell’ipotesi eziologica. Cioè, per esempio, quando si considera l’alienazione come determinata dall’influenza di un presunto genitore alienante, allora il concetto diventa irricevibile. Per ora quindi noi proponiamo qui l’ipotesi che l’alienazione ingiustificata esista puramente e semplicemente, ma che derivi da eziologie causali diverse. In altri termini, che non si può sostenere che si sviluppi sempre a causa di un’unica e medesima ipotesi patogenica.

2. Un fenomeno al di fuori della norma da etichettare come disturbo?

Il fenomeno è anormale, ovvero, va considerato come un un disturbo?

E’ possibile che un bambino normale rifiuti un genitore, e a maggior ragione, che questo rifiuto sia ingiustificato? In condizioni di famiglie non divise si risponde generalmente in senso negativo. Sapendo che l’alienazione genitoriale si sviluppa nella grande maggioranza dei casi dopo la separazione dei genitori occorre fare riferimento a questo standard per valutare le potenziale reazioni dei minori. Tuttavia, la letteratura empirica sugli effetti della separazione e del divorzio ben prima della comparsa del concetto di alienazione genitoriale non riporta mai un tale fenomeno tra le reazioni tipiche del divorzio. Anzi al contrario riportano di una sofferenza che merita seria attenzione. A partire dagli studi empirici di Wallerstein e dei suoi colleghi si continua ad osservare che i figli del divorzio vogliono mantenere i loro due genitori, intendono passare il più tempo possibile con ambedue e anzi, sognano la loro riunificazione (Wallerstein e Kelly,1988). Uno studio dettagliato in proposito pone all’84% la percentuale di bambini che esprime chiaramente il desiderio di vedere i loro genitori di nuovo insieme (Warshak, 1983). La normalità sembra pertanto essere che per un bambino è naturale voler mantenere rapporti con entrambi i genitori, almeno quando sono adeguati. Pertanto rifiutare il proprio genitore è un fenomeno al di fuori della norma, è cioè un disturbo a cui si dovrebbe prima o poi dare un nome, nella misura in cui non si trova negli studi precedenti.

3. Che nome dare a questo disturbo?

Che nome va dato questo disturbo nel caso che la nomenclatura nosologica lo ignorasse?

Ma in effetti le nosografie ufficiali registrano o no questo fenomeno?

Alcuni critici sostengono che concetti come”disturbi di adeguamento” derivanti dalla separazione “ansia da separazione” o altri figure incluse nel DSM IV includerebbero implicitamente anche il fenomeno alienazione genitoriale. Per approfondire ulteriormente la questione, si deve specificare che il nocciolo della controversia si concentra sul termine “sindrome” proposto da Gardner, che dal punto di vista teorico rinvia ad un insieme di segni o sintomi che si manifestano frequentemente.

Tale co-occorrenza sintomatica suggerisce a sua volta una patogenesi specifica. Accettabile sul piano euristico, il termine tuttavia non è senza problemi nel caso di specie. In primo luogo, la suo colorazione medica lascia intendere agli operatori del sistema giudiziario che il fenomeno in questione è già parte della tassonomia diagnostica, il che rischia di essere falso. In secondo luogo, la sindrome proposta Gardner combina segni e sintomi specifici del presunto genitore alienante con i segni e sintomi specifici per il bambino, ma una nosografia ufficiale non può includere questo tipo di diagnosi nella nella misura in cui riguarda un disturbo de l’uno o l’altro dei soggetti.

Inoltre la sindrome in questione così come è formulata non solo descrive disturbo per come si manifesta ma ne indica la causa.

Per superare queste difficoltà, altri autori (tra cui Kelly e Johnston, 2001) preferiscono descrivere e denominare solo il disturbo che manifesta il bambino, indipendentemente dalle eventuali cause. I fautori di questa posizione propongono nomi come alienazione genitoriale, o bambino alienato o anche alienazione patologica. Individuando esclusivamente un disturbo nei bambini si ritiene di potere integrare più facilmente la cosa nelle classificazioni ufficiali.

Per tornare alla domanda: Questo fenomeno è già registrato da qualche parte in una nosologia esistente? Potrebbe essere già implicito in concetti più generici come il disturbo di adattamento o anche l’abuso psicologico, ma nessuna voce nel DSM copre tutta la sua specificità. Si può notare, infine, che è avvicinabile a fenomeni come la sindrome di Medea (di Wallerstein), la sindrome di Stoccolma, o anche la sindrome di Munchausen per procura, ma nessuno di questi concetti rende conto del nucleo concettuale dell’alienazione parentale come generalmente accettata.

4. Di cosa si tratta?

La letteratura presenta diverse definizioni. Ecco alcuni cenni su quattro di queste definizioni.

Secondo Gardner la sindrome ha come prima manifestazione una campagna di denigrazione da parte del bambino nei confronti di un genitore. Questa campagna è ingiustificata ed è il risultato di una combinazione di diversi fattor: lavaggio del cervello operato da un genitore da un lato e contributi individuali del bambino dall’altro. (Gardner, 1992, 1998).

La definizione di Warshak non è molto lontana quella di Gardner. Warshak insiste tuttavia, su tre condizioni: la denigrazione è oggetto di condotta persistente; il rifiuto del genitore non è giustificato ed è parzialmente causato dall’influenza del genitore alienante (Warshak, 2003). Come Gardner, Warshak integra pertanto nella sua definizione come essenziale un legame causale.

La definizione di Kelly ignora qualsiasi legame di causa ed effetto è si concentra esclusivamente sul comportamento del bambino. Per Kelly, si parla di alienazione genitoriale (senza utilizzare la parola “sindrome”) quando un bambino esprime liberamente e in modo persistente sentimenti (ad esempio: rabbia, odio, rifiuto, paura) e credenze irragionevoli verso un genitore che sono sproporzionate rispetto alla reale esperienza del bambino con il genitore (Kelly e Johnston, 2001). Rispetto ai due autori precedenti, non viene presa in considerazion l’eventuale influenza di un genitore alienante.

Darnall assume la posizione opposta. Nella sua descrizione della sindrome, il bambino non ha un ruolo attivo ma agisce semplicemente su suggerimento del genitore che tenta di alienare l’ex coniuge. Questo autore definisce il fenomeno di alienazione parentale come un comportamento del genitore ostile che può produrre un disturbo relazionale tra il bambino e l’altro genitore (Darnall, 1997). Darnall ha basato la sua posizione su sue osservazioni di influenze genitoriali già all’opera prima che il bambino ne senta l’effetto. Di qui l’enfasi sul il ruolo del genitore alienante.

La differeza delle diverse definizioni, ovviamente, gioca contro il consenso concettuale per il fenomeno dell’alienazione genitoriale e in assenza di unanimità, come stabilire i criteri decisionali relativi alla diagnosi o raccomandare metodi di trattamento adatti? Si può tentare di ottenere per ora un consenso minimo, un nucleo concettuale comune, che possa essere utile per la ricerca e per prendere decisioni giudiziarie?

Se ce n’è uno, potrebbe essere questo: un bambino denigra uno dei suoi genitori in modo persistente, senza che un simile atteggiamento sia giustificato dai fatti.

[…]

Conclusioni

Sull’alienazione genitoriale la controversia infuria e non sembra vicina a calmarsi. Accade così per tutti i concetti che suscitano emozioni. Putroppo le ricerche longitudinali non sono ancora sufficienti a contrastare le posizioni di natura ideologica e a chiarire in modo obiettivo l’oggetto della discussione. Che il fenomeno esista non è più in dubbio, ma si dovrà attendere un altro decennio per risolvere alcuni aspetti della controversia.

Fonte:

Fonte originale completa (PDF): Van Gijseghem, H. (2003) L’aliénation parentale : les principales controverses in Revue d’Action Juridique et Sociale, Journal du Droit des Jeunes n° 230

Références

  • Darnall, D. (1997). Another perspective of parental alienation. www.parentalalienation.com
  • Gardner, R. (1992). The parental alienation syndrome. Creskill : Creative therapeutics.
  • Gardner, R. (1998). The parental alienation syndrome (Second Edition). Creskill : Creative therapeutics.
  • Gardner, R. (2002, october). The parental alienation syndrome : Past, present and future. Paper presented at the International Conferences PAS, an interdisciplinary challenge for professionals involved in divorce. Frankfurt, Germany.
  • Gardner, R. (2002). Does DSM IV have equivalents for the Parental Alienation Syndrome (PAS) diagnosis?
  • Griffiths, J. & Hekman, E. (1985). De totstandkoming van een bezoekregeling na echtscheiding. Groningen : Coordinatiecomissie wetenschappelijk onderzoek kinderbescherming en fakulteit der rechtsgeleerdheid van de rijksuniversiteit.
  • Hayez, J-Y. (2004). L’«aliénation parentale», un concept à haut risque.
  • Johnston, J. & Campbell, L. (1988). Impasses of divorce: The dynamics and resolution of family. New York : Free Press.
  • Joyal , R. Quéniart, A. Van Gijseghem, H. et Cloutier , R. (1999). La protection des droits et de l’intérêt de l’enfant dont la garde est contestée. Analyse des dispositifs juridiques concernés. Montréal : Premier rapport de recherche.
  • Kelly, J. & Johnston, J. (2001) A reformulation of parental alienation syndrome. Family Court Review, 39, 249-266.
  • Lampel, A. (1996). Children’s alignments with parents in highly conflicted custody cases. Family and conciliation Courts Review , 34, 229-239.
  • Napp-Peters, A. (1995). Familien nach der Scheidung. München : Verlag Antje Kunstmann.
  • Van Gijseghem, H. (2002). Le Syndrome d’Aliénation Parentale. La Revue d’Action Juridique et Sociale, n o 222, 31-35.
  • Wallerstein J. & Kelly, K. (1980). Surviving the break-up : How children and parents cope with divorce. New York : Basic Books.
  • Warshak, R. (1983). The impact of divorce in father-custody and mother-custody homes : the child’s perspective. In : L. Kurdek (Ed). Children and divorce. San Francisco : Jossey-Bass.
  • Warshak, R. (2003). Bringing sense to parental alienation : A look at the disputes and the evidence. Family Law Quarterly, 37, 273-301.

Note:

  1.  Hubert Van Gijseghem est Psychologue, expert psycho-juridique, professeur titulaire, Université de Montréal).
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