“La sindrome di alienazione genitoriale” – di Isabella Buzzi

11885373_10153557693354308_6549857434633658433_nQuesto articolo di Isabella Buzzi è un testo fondamentale per la ricerca in materia di alienazione genitoriale in Italia. E’ stato pubblicato nel 1997 ed è citato nel documento presentato da William Bernet nel 2010 per l’inclusione della PAS nel DSM5 come la prima ricerca a carattere scientifico in Italia sulla PAS. La dottoressa Buzzi analizza le premesse che permettono il verificarsi dell’alienazione genitoriale descrivendo l’evoluzione attraverso cui un minore da una situazione di normale attaccamento ad entrambi i genitori può arrivare alla situazione patologica di alienazione genitoriale.

Buzzi I.: “La sindrome di alienazione genitoriale”. In Cigoli V., Gulotta G. & Santi G. (a cura di), Separazione, divorzio e affidamento dei figli, Giuffré, Milano, II Ed., 1997, pp 177-188

La sindrome di alienazione genitoriale

ISABELLA BUZZI

Dottore in Psicologia e mediatrice nei casi di separazione e divorzio,collabora con il Dipartimento di Psicologia e con il Centro Psicologia Giuridica dell’Università Cattolica di Milano.

Sommario:
A) Premesse al suo verificarsi.
B) Dall’attaccamento ad entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale.
C) Gli effetti della sindrome di alienazione genitoriale sui figli.

A) Premesse al suo verificarsi.
La sindrome di alienazione genitoriale non è rara nelle famiglie io cui i genitori si separano (Gardner, 1989a; Clawar & Rivlin, 1992) in quanto molte delle risposte personali di genitori e figli finiscono col colludere (dal latino colludere, giocare insieme. Nell’ambito di una relazione interpersonale, nell’accezione di intesa spesso inconscia e non ammessa, di gioco comune inconscio, tra due persone (genitore e figlio), le quali vi ricorrono e la mantengono ai fini di difesa e di superamento delle angosce e dei sensi di colpa da cui sono accumunati. Attraverso la collusione i due si sentono ineluttabilmente connessi l’uno all’altro (per maggiori approfondimenti sui rapporti collusivi vedere Jürg Willi, 1993) ed è questa una delle premesse fondamentali al suo verificarsi.
Vi sono risposte genitoriali ìnfluenzanti la relazione genitore-figlio dopo la separazione da considerarsi assolutamente normative (cfr. Parkinson, 1995; Everett & Volgi. 1995; Wallerstein & Kelly, 1980; Gardner, 1989a; Jhonston & Campbell, 1988). Essi sono più nervosi a causa della situazione quindi anche più irritabili e perdono più spesso la pazienza. Accade che cadano in depressione e che di conseguenza si curino anche meno dei figli o che siano meno disponibili emotivamente, oppure che facciano dei figli i propri confidenti, occupandosi molto meno dei loro problemi personali di bambini. Molti genitori disciplinano meno i figli in quanto hanno forti sensi di colpa e vorrebbero discolparsi rendendosi più attraenti. Molti genitori affidatari discutono della separazione con amici e parenti alla presenza dei figli senza curarsi del fatto che essi possano essere in ascolto.
I genitori che non vivono con i figli (i non affidatati), sovente finiscono col perdere contatti con i propri figli, il loro senso di colpa per aver spezzato l’unione familiare li allontana e non collaborano più con il genitore affidatario. Molti di essi stanno anche tre o quattro mesi senza vedere i figli subito dopo la separazione. In questo clima familiare diventa impossibile per i figli parlare del genitore assente e si crea per forza di cose un’alleanza temporanea.

Alcune risposte genitoriali sono però più pericolose e non sono da considerarsi come normative in quanto hanno lo scopo di separare il figlio dall’altro e di cementarlo a sé. Lo svilupparsi di un forte biasimo morale nei confronti del coniuge assente e il dare libero sfogo alla propria indignazione, il mettere in atto comportamenti più o meno indiretti di vendetta, il dimostrarsi spaventati quasi paranoici, quando i figli stanno con l’altro genitore, sono elementi che dimostrano quanto ritengano l’altro genitore pericoloso per i figli. A queste azioni si aggiungono le imposizioni dopo le visite al genitore non affidatario: ispezioni. interrogatori, inquisizioni, ecc. unite all’annuncio esplicito e ricattatorio del proprio timore di perdere il figlio, ad esempio: “Se perdessi anche te sarebbe meglio morire!”.

Anche le risposte dei figli sono in grado di influenzare la relazione genitore-figlio dopo la separazione (cfr. Kalter, 1990; Wallerstein &. Kelly, 1980; Clawar & Rivlin, 1992; Gardner, 1989a; Everett & Volgi, 1995). Molti di essi esprimono la loro rabbia apertamente (se molto piccoli invece sembrano utilizzare più facilmente meccanismi quali la rimozione e/o lo spostamento verso gli oggetti transazionali). La rabbia che essi sperimentano porta distanza o confusione nella relazione genitori-figli, questi ultimi sentono inoltre la necessità di colpevolizzarsi o di colpevolizzare qualcuno, sovente il genitore che ha apertamente voluto la separazione. I figli più grandi biasimano moralmente i genitori per quanto sta accadendo, diventano intrattabili e chiusi, cadono in depressione e finiscono col non comunicare più o con il farlo male. Gli adolescenti normalmente finiscono con l’estraniarsi dalla relazione coniugale dei genitori.
È identificato come sano il comportamento di quei figli che temporaneamente si alleano con il genitore che sentono più simile a sé, ovverosia quello che pensano sia vittima della separazione. Vogliono prendersene cura e aiutarlo a superare la crisi e, a meno che non siano risposte estreme o prolungate, sono da considerarsi come risposte normative positive. I figli più sani e meglio adattati tuttavia finiscono col dimostrare uno spiccato desiderio di essere giusti ed equilibrati con entrambi i genitori, si dissociano dalla lite coniugale e a volte da entrambi i genitori, se sono adolescenti o giovani adulti accelerano il processo di distacco dai genitori e trascorreranno molto più tempo fuori casa.
Sono invece i figli più fragili che incominciano progressivamente ad alienare il genitore con cui non si sono alleati e che possono rientrare nella normalità solo se la separazione verrà gestita bene dai genitori.

B) Dall’attaccamento ad entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale.
Vi è un continuum dell’attaccamento/alienazione genitoriale (Kelly, 1994) che può scattare quando i figli hanno 8/9 anni in quanto i figli più piccoli non hanno capacità cognitive sufficienti per essere buoni alleati e sono meno affidabili, anche se a livello empatico possono dimostrarsi molto più vicini al genitore che si prende cura di loro. La sindrome è infatti tipica dei figli adolescenti e può riscontrarsi anche in figli di 20 anni o più. Come possiamo osservare nella figura 1, il passaggio dall’attaccamento verso entrambi i genitori alla sindrome di alienazione genitoriale vera e propria è piuttosto articolato.
Possiamo osservare che vi sono dei caratteri distintivi dei quattro punti di passaggio.

  1. Figli senza preferenze. Figli che hanno un uguale attaccamento per entrambi i genitori. esprimono lo stesso piacere e uguale confidenza con ciascuno di loro e non esprimono preferenze sul genitore con cui vorrebbero trascorrere la maggior parte del tempo. In effetti. questi bambini esprimono il desiderio di trascorrere la maggior parte possibile di tempo con entrambi i genitori.
  2. Figli con un’affinità elettiva per uno dei genitori. Si tratta dei figli che non esprimono una preferenza per un genitore rispetto all’altro, ma a causa della personalità o del temperamento del bambino o del genitore, di uno speciale bisogno del bambino, o di un cambiamento delle circostanze esterne possono essere indotti a provare maggiore affinità per un genitore in particolare. Questa affinità tuttavia può essere sia costante, attraverso i diversi momenti della crescita del bambino, oppure può spostarsi da un genitore all’altro nel tempo. in relazione alle circostanze e ai cambiamenti nelle vite di figli e genitori.
  3. Figli allineati con uno dei due genitori. Sono figli che identificano e scelgono il loro genitore preferito o che discriminano in genitore “buono” e genitore “cattivo” come risultato della separazione quando tale categorizzazione non esisteva prima della separazione. Solitamente questa scelta viene fatta a favore del più debole, del più rabbioso o ferito, e risulta essere un bisogno cosciente del bambino quello di prendersi cura di quel genitore. Può anche essere un espressione della rabbia del figlio e dei suoi sentimenti feriti per il fatto di essere stato “abbandonato” da un genitore, sentimenti alimentati dal genitore con cui si sono alleati. Sotto la superficie, comunque, questi bambini provano affetto per entrambi i genitori e mentre possono avere delle resistenza a trascorrere del tempo col genitore “cattivo”, di solito accettano le sue visite e si divertono, nonostante lo esprimano raramente al genitore preferito. Nonostante possano mostrarsi di cattivo umore e essere chiusi o scontrosi col genitore che non vive più con loro, specialmente quando l’altro è presente, non esprimono sentimenti di rabbia ne si lamentano mai direttamente con questo genitore, ma esprimono la maggior parte delle lamentele con il genitore cui sono affidati e col quale si sono allineati.
  4. Figli alienati da un genitore. Si tratta dei figli che hanno scelto uno schieramento di parte durante il divorzio e che rigidamente si rifiutano di avere una qualsiasi relazione con l’altro genitore, che diventano quasi ossessionati dalla rabbia e dall’odio nei confronti di quel genitore. Essi sono stati e si sono alienati, e non sono affatto ambivalenti: lo rifiutano, e quasi sempre hanno subito un “lavaggio del cervello”. Sono assai rari i bambini appartenenti a questa categoria, che scelgono di non trascorrere mai un po’ di tempo con il genitore perché abusante o affetto da qualche patologia (in questi casi si tratta di una preferenza realisticamente non ambivalente ed è assente l’atteggiamento caricaturale e il tono ripetitivo delle lamentele, ma si dimostrano lucidi e sobri). La maggior parte dei figli alienati, comunque, ha avuto una normale relazione col genitore alienato prima della separazione, e in seguito ha completamente assorbito e fatto proprio il punto di vista del genitore “preferito” nei confronti del genitore alienato. Questi sono solitamente bambini che hanno un età compresa tra i 9 e i 15 anni al momento della separazione, e che si oppongono con forza e veemenza al genitore alienato senza apparenti espressioni di colpa o di ambivalenza. Essi elencano le proprie critiche e la propria avversione in presenza di entrambi i genitori con modalità ripetitive, sovente utilizzando le stesse parole utilizzate dal genitore preferito per descrivere le trasgressioni e i difetti del genitore alienato. Il loro linguaggio è quasi sempre pomposo e la scelta dei termini molto ricercata (da adulti).

L ‘identificazione della sindrome di alienazione genitoriale è legata ad una serie di presupposti, anche se occorre premettere che sono le risposte stesse alla separazione a creare le condizioni circostanziali perché la sindrome possa svilupparsi e che, tra l’altro, le modalità educative assunte dai coniugi prima della separazione non sono predittive della relazione educativa successiva. Si sa che a volte la relazione tra genitore non affidatario e figlio si rafforza dopo la separazione, più sovente sembra indebolirsi e diventare più superficiale, oppure sembra restare identica, quindi è difficile fare previsioni. Tuttavia sappiamo che molto può dipendere dalle modalità di affido da un lato (Buzzi, 1995) e dall’altro dalle strategie difensive e le dinamiche collusive presenti nella famiglia durante il conflitto della coppia coniugale (Jhonston & Campbell, 1988).
La sindrome di alienazione genitoriale inizia e viene mantenuta dal genitore affidatario il quale dà atto ad una serie di tecniche di programmazione, ovverosia attinge ad un sistema di credenze, quali i valori morali, religiosi, filosofici, personali, sociali, ecc. diretti a “demolire” il genitore bersaglio per raggiungere uno scopo: distruggere la relazione tra l’altro genitore e il proprio/i figli (Clawar &. Rivlin, 1992; Gardner. 1989b).

Ci sono 5 fasi nella programmazione:

  • guadagnare accondiscendenza: è per questo motivo che il bambino deve essere giunto ad un livello di sviluppo cognitivo e morale sufficiente per la programmazione;
  • testare come funziona la programmazione: sovente attraverso domande dirette come: “Sono un buon genitore?”;
  • misurazione della lealtà;
  • generalizzazione ed espansione del programma sulle persone che si sono alleate all’altro genitore e sugli oggetti o gli animali che gli appartengono;
  • mantenere il programma.

La cosa positiva di questa sindrome è che se il genitore programmante ferma la programmazione la sindrome scompare. Dapprima i figli non vogliono ascoltare o si limitano a tacere, poi nel tempo finiscono col cedere perché e difficile per un figlio che già soffre personalmente restare insensibile alla sofferenza del genitore programmante, inoltre l’adulto riesce con maggior forza a dare voce alla propria sofferenza e ai propri bisogni. Per tutti questi motivi finiscono col cedere alla programmazione soprattutto i bambini psicologicamente ed emotivamente più fragili e meno difesi o che entrano nella separazione dei genitori con molti problemi ancora irrisolti.

Per riuscire ad inculcare il programma appena accennato vengono selezionate delle tecniche di “lavaggio del cervello” precise, quali :
•    la negazione dell’esistenza dell’altro
•    ripetuti attacchi all’altro in forma indiretta, subito negati
•    il mettere sempre il figlio in posizione di giudice dei comportamenti scorretti dell’altro
•    la manipolazione delle circostanze proprio favore e a svantaggio dell’altro
•    la disapprovazione dell’altro con lo spostamento verso la sua “malattia”
•    il costante tentativo di allearlo con il proprio pensiero e giudizio
•    il drammatizzare gli eventi facendone una “tragedia della moralità”
•    il minacciare un calo d’affetto nel caso il figlio si riavvicinasse all’altro
•    il ricordare costantemente di essere il genitore migliore
•    il far cadere dall’alto le proprie azioni positive e il proprio amore
•    il sottolineare di essere l’unico capace di prendersi cura dei figli (l’altro è inaffidabile)
•    il riscrivere la realtà o il passato per creare dei dubbi nei figli sul rapporto con l’altro.
Le motivazioni dei genitori programmanti nascono dal loro bisogno di vendicarsi dell’altro o dal profondo rifiuto che sentono nei confronti dell’altro genitore (peggiore se a causa di un tradimento o una profonda umiliazione personale. ma accade anche quando l’annuncio della separazione non ha repliche ed è definitivo, in quanto getta nella disperazione).

Anzitutto è presente un autoconvincimento delle proprie ragioni cui si affianca un meccanismo simile a quello del nemico, che porta a innalzare la propria autostima grazie alla lotta per la dimostrazione di essere moralmente migliori dell’altro, e quindi educativamente migliori. Con l’abbandono da parte del coniuge insorge anche la conseguente messa in dubbio della propria identità, l’unica certezza rimasta è quella di sapere di essere un genitore, un buon genitore. Difatti, dopo l’abbandono da parte del coniuge la paura più grande è quella di perdere i figli o di essere abbandonati anche da loro, quindi alcuni genitori (quelli psicologicamente più deboli), cercano di averne il controllo più totale. Esternano un amore di tipo possessivo e controllante. Se gli amici i parenti o l’avvocato cercano di mitigare il loro comportamento competitivo e paranoico, o si dimostrano apertamente dissenzienti, vengono allontanati o licenziati. A ciò si aggiunge sovente una forte gelosia nei confronti del nuovo partner dell’altro, il quale è spesso identjficato come un rimpiazzo di sé.

In tutta questa tempesta emotiva sovente i genitori programmanti finiscono col perdere di vista i sentimenti personali dei figli e col proiettare su di essi i propri sentimenti per assicurarsene il sostegno: “Se vai a stare con tuo padre come farò a sopravvivere? Non avrò più l’assegno di mantenimento e per non morire di fame dovrò trasferirmi e quindi non ci vedremo più”.

C) Gli effetti della sindrome di alienazione genitoriale sui figli.
Gli effetti della sindrome di alienazione sui figli dipendono: a) dalla severità del programma; b) dal tipo di tecniche di lavaggio del cervello utilizzate; c) dall’intensità con cui viene portato avanti il programma; d) dall’età del figlio e dalla sua fase di sviluppo, oltre che dalle lue risorse personali e) dalla quantità di tempo che essi hanno trascorso coinvolti nel conflitto coniugale. L’impatto della sindrome comunque, non è mai benigno perché coinvolge manipolazione, rabbia, ostilità e malevolenza, a prescindere dal fatto che il genitore programmante ne sia più o meno consapevole. Ciò che si ottiene sui figli è sempre un grave lutto di una parte di sé.
Sappiamo bene che alcuni figli continuano a sperare nella riunione dei genitori (come recupero della perduta infanzia), e in questi casi di alienazione si assommerà la vergogna per aver volutamente perso un genitore. Quando i ragazzi alienati ricostruiscono l’accaduto e lo disvelano a se stessi finiscono per escludere anche il genitore programmante, rischiando una seconda perdita.
Il genitore bersaglio infatti, in principio rimane come disarmato di fronte alla volontà di allontanamento dimostratagli dai figli e nella sua posizione di debolezza, passa dalla rabbia, alla protesta, alla confusione e alla depressione. Progressivamente molti genitori bersaglio finiscono per desistere nei loro tentativi di vedere i figli e di trascorrere un po’ di tempo con loro per riuscire a mantenere, o addirittura a sviluppare, una relazione d’intimità, questo in seguito peserà nell’eventuale processo di riavvicinamento voluto dai figli e aumenterà le difficoltà di rapporto legate all’estraneità venutasi a creare.
I ragazzi alienati che testimoniano contro il genitore bersaglio si ritroveranno a dover lottare in futuro con forti sensi di colpa, cui si affiancheranno le paure di abbandono e della perdita dell’amore del genitore programmante. Sovente i figli escono da questa ambivalenza con strategie autodistruttive, autocolpevolizzanti e autolesioniste. Sembra inoltre che figli alienati tendano a diventare genitori programmanti.
Dal momento che durante la programmazione questi ragazzi possono sviluppare potenti sentimenti di ostilità e hanno carta bianca nel darne libero sfogo, si presentano come soggetti che si introducono volontariamente nei conflitti con modalità antagonistiche, possono essere irrispettosi, non collaboranti, ignoranti, ostili, maleducati, ricattatori e ricattabili, vanno male a scuola, fanno della manipolazione uno strumento relazionale. Non è raro che in questi casi aumenti anche l’ostilità manifesta tra fratelli.

Questi ragazzi presentano quasi sempre disturbi dell’identità, sovente della sfera sessuale, e sono più vulnerabili alle perdile e ai cambiamenti, regrediscono a livello morale e continuano a operare anche oltre l’adolescenza una netta dicotomia tra “bene” e “male”. Le regressioni possono essere presenti anche in altri ambiti di sviluppo in quanto il processo psicologico in atto è molto costoso, quindi possono presentare un’ampia confusione cognitiva, una dissonanza ingestibile tra realtà e programma, e la creazione di genitori immaginari a sostituzione del genitore perduto. Sono tuttavia solo i figli più dipendenti e quindi i meno autonomi a essere vulnerabili alla programmazione, così come quelli con bassa autostima, quelli che si sentono colpevoli per qualcosa che pensano di aver fatto, quelli che già avevano problemi emotivi o psicologici al momento della separazione.
A complicate il tutto c’è l’effettivo abbandono da parte del genitore bersaglio dei tentativi di visita ai figli. Il suo allontanamento crea una situazione di assenza di confronto con la realtà, se infatti viene a mancare il contatto con l’altro genitore è più facile cadere vittime della programmazione perché non può esserci esame diretto e confronto tra programma e realtà.
Socialmente si presta ancora troppo poca attenzione alla qualità del rapporto dei figli col genitore non affidatario, soprattutto se questi si e allontanato a causa di una nuova relazione affettiva. Il biasimo sociale. per quanto comprensibile, è assai pericoloso per lo sviluppo dei figli in quanto innesca una alleanza sociale col genitore programmante. Al contrario di quanto comunemente si pensa, tuttavia, coloro che lasciano la famiglia non intendono separarsi dai figli ma solo dal proprio coniuge e andrebbero perciò aiutati affinché la loro separazione dai figli non avvenisse mai.

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13 comments for ““La sindrome di alienazione genitoriale” – di Isabella Buzzi

  1. barbara
    17 febbraio 2013 at 18:26

    Sono madre di un ragazzo di 14 anni ed una ragazzina di 12, separata da 4 anni con affido condiviso, da diversi mesi mi sono resa conto che il mio ex mi stava mettendo contro i bambini, ma da settembre i ragazzi si rifiutano di tornare a casa con me e evitano anche di vedermi per brevi incontri. Accusano me ed il mio compagno (non convivente) di molestie sessuali : è totalmente falso!! ma incredibilmente lo sostengono persino con me, che sono sempre stata presente!!! Vi prego, aiutatemi

  2. batman
    17 febbraio 2013 at 18:29

    L’unico consiglio che posso darle è di rivolgersi ad un avvocato esperto in questioni minorili che sappia trattare il tema delicato delle false accuse e conosca la prassi dei tribunali della sua città. Se la può incoraggiare ci sono migliaia di casi come il suo (padri e madri) e non deve sentirsi la sola.

  3. Giancarlo
    5 marzo 2013 at 23:12

    Sono padre separato di un figlio nato dopo la separazione, oggi 20enne, che mi è’ stato pregiudicato di frequentar lo, educarono, crescerò con decisioni autonome della madre ed esempi gravemente controproducenti!questo ha portato alla mancanza di un rapporto padre figlio che oggi è’ inesistente . Entrambì ci siamo rifatti una vita, ma il figlio oggi ha abbandonato la scuola con il consenso della madre! Poi ha lasciato il lavoro, ora pare sia in cura dallo psichiatra… Vita distrutta a 20 anni !!! La unica cosa che la madre esige sono gli alimenti! Papa’ bancomat Senza farmi nemmeno conoscere ill quadro clinico … Cosa posso fare per aiutarlo concretamente a uscire da questo tunnel ? Ogni tentativo ripetuto con lei e’ stato vano, ill rapporto con lui è’ irrecuperabile, pensavo di intraprendere una pesante azione legale per ottenere da lei i danni in favore di lui… Prego aiuto per il ragazzo ! Grazie

  4. batman
    6 marzo 2013 at 08:41

    Le può essere utile confrontarsi con qualcuno che sta affrontando lo stesso problema all’interno di qualche associazione. Inoltre le consiglierei di cercare nella sua città uno consulente di parte che conosca della PAS non solo per averne letto ma soprattutto per aver già visto concretamente altri casi. Infine le consiglio di leggere questo libro: “Figli divisi – storie di manipolazione emotiva” Amy J. L. Baker, Giunti 2010.
    http://www.alienazione.genitoriale.com/figli-divisi-storie-di-manipolazione-emotiva-amy-j-l-baker/

  5. KATIA
    7 marzo 2013 at 15:15

    sono mamma di due ragazze di anni 25 e 19, eravamo molto vicine e le ragazze mi volevano molto bene. circa due anni fa il padre se ne è andato di casa, senza neanche parlare con me, ha sempre messo loro due in mezzo alle nostre questioni matrimoniali, da quando ho dato mandato ad un avvocato per la separazione e per riavere oggetti d’oro appartenenti alla mia famiglia di origine che il padre delle mie figlie ha sottratto da casa facendomi anche azioni di stalking…..le mie figlie da circa 3 mesi sono completamente cambiate, incolpano me della separazione, dicono che i maltrattamenti del padre me li sono cercati facendogli scrivere dall’avvocato, non mi vogliono più vedere, non hanno più ne amore, nè anima negli occhi, mi sottraggono oggetti da casa, dicendomi che appartiene tuto al padre ……addirittura mi parlano con le parole del padre ed a volte lui risponde a sms che mando alle mie figlie (a volte con il suo cell. ed a volte con quello delle ragazze) io non so come comportarmi…….è terribile, ho paura per l’equilibio futuro delle mie figlie, sono completamente manipolate da lui, le ha costrette ad andare via da casa con me per vivere in una casa da sole (era di mia madre) lui vive con un’altra donna, gli fa la spesa, passa ogni tanto, ma la sera sono sole, una volta che io sono andata da loro, ci si è fatto trovare anche lui e mi ha maltrattata, sputandomi anche in faccia,costringendomi ad andare via per non subire…. sembra un incubo….

  6. batman
    7 marzo 2013 at 15:24

    Purtroppo tutto il complesso di strumenti psicologi e legali che riguardano il fenomeno della PAS è fortemente condizionato dal presupposto che i figli siano “minori”. Con figli maggiorenni il fenomeno della manipolazione è assolutamente identico (anzi molto peggiore) ma i pochi strumenti esistenti non si possono applicare. Se vuole leggere qualcosa sui figli adulti della PAS le suggerisco questo libro del 2010:
    http://www.alienazione.genitoriale.com/figli-divisi-storie-di-manipolazione-emotiva-amy-j-l-baker/
    “Figli divisi – storie di manipolazione emotiva” Amy J. L. Baker
    Giunti Edizioni – Pagine 344
    Prezzo € 16,00

    Contiene anche un capitolo che esplora il meccanismo psicologico che porta un adulto anche molti anni dopo aver perso ogni contatto con un genitore a tornare a cercarlo e a diventare cosciente della manipolazione subita.

    Le consiglio anche di cercare sul web associazioni di madri vittime della PAS come questa:
    http://www.mammepersempre.it/

  7. Michela
    11 novembre 2014 at 14:32

    Sono figlia 37enne di genitori non separati legalmente ma ho vissuto le stesse vicende con la differenza che mia madre (alienante) ha cercato riuscendovi di coinvolgere me e mia sorella nelle “diatribe” coniugali anche dopo che ci siamo a nostra volta fatte una famiglia ( ha tentato x l’ ennesima volta di separarsi due anni fa, per poi tornare sui suoi passi, noi come sempre l’ abbiamo difesa e abbiamo riversato rabbia contro mio padre con il quale da due anni non parlo, quando poi e tornata sui suoi passi sono io la cattiva x’ non voglio parlare con lui ne vederlo). Lui per contro si e’ autoalienato x cosi dire x’ ci ha offeso fisicamente e psicologicamente per 20 anni (botte sputi insulti). Nei loro confronti provo una rabbia incomtrollabile eppure se sento le lacrime di mia madre subentra anche un terribile senso di colpa. Temo che questa altalena stia logorando anche i rapporti con mio marito dato che con lui ho la stessa reazione rabbia fino a ferirlo e poi senso di colpa. Vorrei evitare di rovinare il mio matrimonio e il rapporto con i miei bimbi… cosa dovrei fare?

  8. batman
    11 novembre 2014 at 14:37

    Questo blog non è in contatto con gli autori dei documenti pubblicati e si limita a raccogliere e catalogare materiale pubblicato in rete da altre fonti. Se vuole contattare privatamente la dott.ssa Buzzi è possiible farlo tramite il sito del suo studio a questo indirizzo:
    http://www.mediazione-conciliazione.com/

  9. 15 agosto 2015 at 23:39

    Io ho sofferto di questo sintomo mio padre mi ha fatto il lavaggio del cervello io a 12 anni stavo per accoltellare mia madre perché avevo un’astio e una rabbia nei suoi confronti che mi portava ad agire così

  10. ANGELA
    1 ottobre 2015 at 17:01

    CIAO FEDERICO,
    io sono una mamma alienata, ma sono sicura che la tua mamma ha capito la situazione e non te ne vuole, anzi è piùpreocupata che tu sia serene, perciò non biasimarti anzi hai fatto grandi progressi a riconoscerti, credo che da ora in poi starai sempre meglio un abbraccio da una mamma.

  11. massimo occhiena
    27 febbraio 2016 at 11:00

    Bgiorno Michela, ho letto la Tua dell’11/11/2014, stò vivendo da padre una situazione paradossale di cui ho seria preoccupazione x i miei figli minori (tre). Mi ostino a non voler aspettare che il tempo crei dei danni incontrastabibili,ma quasi non ce la faccio più.Mi aiuterebbe sapere di te ,se vuoi.
    Ti ringrazio comunque. Massimo Occhiena

  12. sara
    22 settembre 2016 at 14:49

    sono mamma di una bimba di 11 anni che da un anno a questa parte si trova in mezzo ai continui dispetti del padre e della nuova compagna nei miei confronti.
    Mi stranisce al quanto dover ammettere però che la bimba è loro complice, che ha imparato a raccontare bugie e nascondermi le cose e a desiderare di vivere esclusivamente con loro.
    La compagna del padre ha 24 anni (il padre 38 e io 34) e lei la riconosce come migliore amica.. frequentano locali con gli amici della compagna e la bimba si sente loro coetanea.
    Vengo piu volte nomina davanti alla bimba una poco di buono e madre incompetente.Mi viene riferito che la compagna vorrebbe sostituire la mia figura in quanto piu competente di me nel crescere figli per la sua esperienza nel crescere la cugina. E dulcis in fundo vengo minacciata di “buscarle” perchè a suo dire, lei non ha nessun problema nel farlo.
    Io sono disperata… dopo un anno la mia unica sensazione nonostante i miei sforzi è quella di perdere piano piano mia figluia

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